venerdì 22 agosto 2008

6 - Le feste patronali - fr.Christian (agosto 2008)

LE FESTE PATRONALI


Un saluto a tutti voi carissimi!

Ho ormai lasciato l’Italia da nove mesi, anche se ancora non me la sento di dire che sono già pronto per una nuova vita, ed eccomi a voi con questa mia sesta lettera, che vuol essere principalmente di cronaca riguardo a quanto vissuto in questo mese di agosto.
Beh, non vi parlerò di spiagge ed ombrelloni, qui siamo in pieno inverno, anche se mi viene un po’ da ridere a scrivervelo. In effetti qui non è facile distinguere una stagione dall’altra, ogni giorno fa storia a sé, tuttavia in questi mesi il clima è mediamente più freddo e, non essendoci il riscaldamento nelle case, non sempre si riesce a togliersi i brividi di dosso e riscaldarsi un po’. I cileni semplicemente prolungano il tempo trascorso sotto le coperte, ma a noi frati non viene così spontaneo... a me forse un po’ più degli altri quando è già ora di alzarsi! Il termometro in camera spesso segna dodici o tredici gradi, ma all’esterno la temperatura può scendere fino ai tre o quattro gradi. Nulla di drammatico se ci si copre per bene.
Ma più del freddo, l’inverno è sinonimo di “piena attività”, nel bel mezzo dell’anno. Se poi ci aggiungiamo che i primi 15 giorni del mese si celebrano le feste francescane di Santa Maria degli Angeli, santa Clara, san Massimiliano Kolbe, più la festa dell’Assunta, allora sì che ho qualcosa da raccontarvi.
In particolare i santi francescani danno anche il nome alle diverse cappelle della nostra parrocchia di san Francesco, e a santa Maria degli Angeli è dedicata la cappella principale di Cartavio, nel settore dove presto servizio. Così ci siamo lanciati nella celebrazione della festa patronale, secondo una struttura che si ripete anche nelle nostre altre cappelle, ormai consolidata dall’esperienza di questi anni. Con la semplicità e i numeri che contraddistinguono la vita nelle cappelle, abbiamo proposto un triduo con una santa Messa pomeridiana per gli ammalati, una a ricordo dei defunti e quella solenne di festa per tutti, più una processione con la statua della Vergine Maria. E a coronare il tutto, un paio di festicciole per adulti e bambini.

Ma andiamo per ordine. La messa degli ammalati è forse la più commovente, vissuta con tanta devozione e in un clima di speranza sia da parte di chi sta vivendo una sofferenza particolare, sia da parte di anziani che con pazienza affrontano questa tappa conclusiva della loro vita. In questa Messa abbiamo celebrato anche il Sacramento dell’Unzione degli Infermi, momento centrale e vissuto da (quasi) tutti i presenti, con buona pace di qualsiasi spiegazione teologica e sacramentale: anche chi è giovane è malato, fosse solo di incapacità di dialogo in famiglia o di stanchezza di fronte alla difficoltà della vita, e così si è presentata una lunga fila di fedeli che con devozione si sono accostati a questo Sacramento talvolta dimenticato. La devozione col quale lo ricevevano e le loro giaculatorie mentre pronunciavo la formula, mi facevano venir voglia di mettermi in fila anch’io, con le mie “malattie” difficili da curare, ma ero solo a celebrare.
Il giorno seguente, venerdì 1 agosto, abbiamo ricordato i nostri cari defunti, con la partecipazione di un’ottantina di persone, più o meno il numero di una celebrazione domenicale. La caratteristica di questa celebrazione è data dal fatto che tutti portano da casa le fotografie dei loro cari defunti, per metterle davanti all’altare su un tavolo allestito per l’occasione. Oltre che occasione per affidare al Padre i nostri cari, è stata un’opportunità di leggere la storia della nostra piccola comunità, e il dialogo prima e dopo la messa si è prolungato nel ricordare la vita di ognuno di loro, mettendomi così al corrente di molte vicende che hanno segnato la vita delle varie famiglie.
Infine ci siamo dedicati a festeggiare la nostra patrona Santa Maria degli Angeli. Quando c’è di mezzo una statua della Madonna, prima di pensare qualsiasi altra cosa le signore della parrocchia affrontano subito l’argomento prioritario: quando e come la vestiamo? Purtroppo la parola del sacerdote in Cile ha un peso fondamentale, ma di fronte ai miei occhi sbarrati si sono rassegnate a non ricevere risposta e ad accordarsi tra loro. Avrei voluto azzardare qualcosa come “Ma la statua non è già bella così?”, però poi ho capito che sarebbe sembrato un affronto. Dopo un paio di giornate di dialoghi tra le varie signore responsabili in materia, con valutazione di quali fossero i vestiti a disposizione e chi li avesse regalati, devo dire con sollievo che, anche “vestita”, la nostra Patrona si è presentata semplice e splendente.
Il giorno della festa abbiamo celebrato una Messa molto sentita, con la cappella capace a stento di accogliere tutti i presenti. Fortunatamente non mi sono stati proposti rituali troppo complicati, mi sono dovuto allenare solo per l’incoronazione della Vergine, ossia il momento in cui viene presentata la corona e il sacerdote si applica, in punta di piedi, a ponerla sulla testa della statua, includendo l’“operazione chirurgica” di fissarla con un chiodo. E al termine della Messa solenne, abbiamo festeggiato con il classico cioccolato caldo e ciambelle, mentre i vari gruppi della parrocchia hanno proposto un breve show nel quale ciascuno si esibiva in un canto o ballo o rappresentazione comico-teatrale. Ammirando l’impegno che ci mettono e la capacità di divertirsi con poco, bisogna ammettere che c’è sempre da divertirsi e rimanere sorpresi della loro fantasia e capacità creativa.



Il momento conclusivo e apice delle celebrazioni è stata la processione della domenica pomeriggio, in discesa dalla cappella del settore più abbarbicato sul colle fino alla nostra cappella centrale, transitando un po’ ovunque nelle varie strade del quartiere. L’abbiamo organizzata in modo da dare risalto ai tanti bambini e, come proposto, eccoli arrivare tutti vestiti da angioletti o da personaggi del presepe, pronti ad accompagnare Santa Maria degli Angeli. Un vero spettacolo... e un modo molto pratico di coinvolgere le varie famiglie della zona!



E per l’occasione ho finalmente conosciuto una delle realtà tradizionali ed immancabili quando si parla della Vergine, ossia il Baile Chino, una istituzione paragonabile alle nostre bande musicali, presente in tutti i quartieri e pronta ad intervenire ad ogni processione mariana. Alla festa dell’Assunta presso il santuario cittadino della Candelaria ce n’erano trenta gruppi, ma per la nostra piccola processione un solo gruppo era più che sufficiente. Vestiti da indiani e riprendendo alcuni canti e balli tradizionali, al suono di vari strumenti accompagnano la processione, ripetendo un continuo rituale fatto di danze e balli, inchini, saluti e genuflessioni. E così, alternando i balli ad alcuni momenti di preghiera mariana (poco importa se l’attempata catechista invitava tutti a rivolgersi alla Vergine intonando il Credo o il Padre Nostro), con l’allegra compagnia dei nostri angioletti ed ovviamente di vari cani e cagnolini, siamo arrivati alla cappella tra i saluti, baci e segni di croce di quel migliaio di persone che ci osservavano devote dalla porta di casa loro. Qui abbiamo concluso la celebrazione con una mezzoretta di saluto finale da parte del Baile Chino e con la benedizione di tutti i bambini, con acqua abbondante sulla fronte di ciascuno, indispensabile per non far nascere nelle mamme il dubbio che il figlio non sia stato benedetto. E per concludere, altro cioccolato caldo e ciambelle per tutti.



E così vi ho scritto anche delle nostre piccole “festicciole di paese”, in attesa della Festa di san Francesco, ben più importante e ricca di appuntamenti per tutta la grande parrocchia.
Con le fotografie, anche se piccole, avete avuto pure un “assaggio visivo” della nostra realtà, anche se è bello lasciarvela sognare e immaginare, senza voler troppo documentare la vita di quaggiù. Comunque se mi promettere che non perderete la voglia di immedesimarvi in essa e rimanerne incantati, come testimoniato finora dalle vostre mail, farò il possibile per continuare ad alimentare pensieri, occhi e cuore di voi che, con tanto affetto, continuate ad accompagnarci anche da lontano.
Un fraterno abbraccio e buon ritorno dalle vacanze!

fr. Christian

giovedì 19 giugno 2008

5 - Inculturazione - fr.Christian (giugno 2008)

INCULTURAZIONE… ovvero aneddoti di vita quotidiana


Eh sì, ho messo un titolo serio per “tirarmela un po’”, ma non credo di potervi parlare di inculturazione in senso sociologico o antropologico o quant’altro, soltanto vorrei scrivervi qualche riga abbastanza leggera, giusto per inquadrare un po’ la realtà in cui vivo e rendervi partecipi di qualche aspetto di vita quotidiana, nulla più, rispondendo così ad alcune domande che mi giungono frequenti.
Prometto che non ci metterò tutta l’enfasi dell’ultima letterra, non mi piace l’etichetta del missionario strappalacrime... ☺ Tuttavia vi ringrazio di cuore per le risposte arrivatemi, mi fanno respirare la vostra amicizia, non ancora offuscata dai mesi che scorrono rapidi.

“Qual è l’aspetto ambientale che più ti ha colpito appena arrivato in Cile, e soprattutto a Copiapó?”
Non ci crederete, ma sono i veri padroni di tutte le strade: i cani. Ce ne sono ovunque, sdraiati sul marciapiede o in mezzo alla strada, abituati a non spostarsi, perché tanto godono di tale rispetto che ci pensano i celeni ad evitarli, che siano a piedi, in bici o in auto. Non sta scritto da nessuna parte, ma se dicessimo che è l’animale sacro per questo popolo, credo che nessuno obietterebbe. Tant’è che partecipa abitualmente anche alle celebrazioni religiose, tanto il randagio come il domestico che accompagna a messa il suo padrone. Chi ha paura dei cani... qui gli passa per forza! Nemmeno io li ho mai amati molto, ma qui sto anche imparando a riconoscerli, ne chiamo anche tre o quattro per nome: sozza, “onto”, sucia... non posso smentirmi del tutto, cambia solo l’idioma ma la mia affettuosità non riesce proprio ad andare oltre.

“Qual è la cosa che più ti costa o ti manca?”
Devo confessarvi che è una domanda cui non so rispondere in modo immediato, sicuro. Pensandoci un po’ con calma, direi che mi mancano le camminate in montagna, e questo mi costa soprattutto vedendo che qui i monti ci sono pure. Ma, bisogna ammetterlo, non sono fatti per camminare. Tutto è roccia e sabbia, pericoloso quando predomina la roccia, per il rischio di scivolare; stancante quando predomina la sabbia, dove i passi affondano. E le ore “camminabili” sono poche, perchè quando il sole a metà mattina comincia a picchiare, si fa dura. Bisognerebbe arrivare motorizzati ad una altimetria dove il sole dia meno fastidio, ma vista l’assenza totale di sentieri non è facile trovare il coraggio di mettersi in cammino “a caso”, disposti ad un andirivieni ogni volta che la pericolosità del terreno non permetta di avanzare. E così, pur in compagnia di un altro montanaro come Tullio, stiamo qui fermi in città.

“Com’è che ti vediamo in skype sempre con uno o due maglioni addosso?”
Eh sì, il clima del deserto roccioso di Atacama. Già in Giordania avevo imparato che deserto non significa “morire di caldo” se ci si può riparare dal sole. Qui lo sto sperimentando ogni giorno. Ciò che mi ha permesso di mettere a referto già tre raffreddori, una bronchite, una congiuntivite, è l’escursione termica diurna. Ora che ci stiamo addentrando nei primi giorni invernali, la temperatura quotidiana prevede 5 gradi di minima e 25 di massima, mentre in estate è più usuale un 14-32. Ma lo sbalzo permane, sempre una ventina di gradi in più quando il sole scioglie le nebbie notturne, venti in meno quando si alza il vento di tramontana e il sole fa capolino. Stesso dicasi per l’umidità, dalle nebbie notturne fino a seccarsi la gola nelle prime ore pomeridiane. E se uno cammina per strada? Suda se il marciapiede è al sole, ma se attraversa la stada può sentire brividi di freddo stando all’ombra, sempre sperando che all’incrocio non arrivi qualche sventata fredda dai colli che circondano la città. E in stanza, dove mi collego a skype, c’è ombra... e in queste mattine circa 11-13 gradi. Ah, oggi è pure nuvoloso e ho visto scendere dal cielo le prime gocce di pioggia, giusto per bagnare un po’ il terreno. Dal 1997 le precipitazioni annue non superano i 3 cm totali.

“Sei sempre attorniato da bambini?”
Questa è una domanda che descrive bene tutte le fotografie ed immagini che i missionari spediscono in Italia. Purtroppo non è questa la fotografia delle missioni cilene, almeno non quella dell’arida realtà del deserto. Ci sono bambini, le nascite sono ancora abbondanti anche se in forte calo. Però questo ardente amore per il missionario è certamente un immagine d’Africa, o forse dei paesi più “caldi” del Sudamerica come il Brasile. Il Cile è invece il paese più “occidentale”, i bambini giocano alla play station e guardano la televisione. Nei giorni feriali stanno a scuola tutto il giorno, il fine settimana invece lo vivono in casa o giocando e chiacchierando per strada col loro gruppo di amici. Quelli che, generalmente di famiglia religiosa, non si preoccupano dell’opinione altrui, partecipano anche ad attività in parrocchia, ma come avrete capito la situazione è assai simile a quella italiana. Con il vantaggio che ci sono più bimbi, ma con il limite della pastorale cilena che prevede due anni di catechismo per ricevere la Prima Comunione e nulla più. Ciò che si può organizzare per loro prima e dopo dei fatidici 9-10 anni è tutto una novità e di conseguenza non raccoglie grandi numeri.

“Ci sono molte attività per giovani in parrocchia?”
Già avrete immaginato, solo qualcuno torna poi ai 15-16 anni per prepararsi a ricevere la Cresima. E come da voi, è generalmente l’ultimo sforzo per completare l’album dei Sacramenti, dopodiché un giovane sente di aver esaurito i suoi doveri di buon cristiano. Nel settore dove presto servizio ci sono una quindicina di ragazzi della Gioventù Francescana che si ritrovano pur con un’età di 18-25 anni. Due coppiette hanno già un figlio. Diciamo che questo gruppo è una rarità, sia perchè i loro coetanei hanno già smesso di frequentare la Chiesa, sia perchè molti ragazzi che hanno testa e un minimo di possibilità si iscrivono all’Università in Santiago o altrove. A questa età sono ragazzi già adulti, sanno organizzare molte cose con pochi mezzi. Per esempio hanno accolto in città una cinquantina di ragazzi di Gioventù Francescana di altre città del Nord, e si sono arrangiati a cercare una scuola dove potersi incontrare e dormire, hanno cotto e venduto pane alle porte della chiesa per raccogliere quattro soldi, hanno chiesto a tutti i negozi e famiglie un po’ di riso, di farina, di pomodori, hanno raccolto i materassi dalla parrocchia e da casa loro, ognuno s’è preoccupato di trovare 5 piatti fondi chiedendo a vicini e parenti vari (qui non hanno in casa il servizio piatti di riserva) affinchè tutti avessero un piatto per mangiare. N’è risultato un insieme variopinto di materassi, di piatti, di cibo, efficace dal lato pratico, capace di generare tanta tenerezza agli occhi di uno come me, abituato a tutt’altro stile di lavoro e pure a farmi problemi per dettagli marginali.

“Hai visitato qualcosa di bello e interessante?”
Posso dire di sí, ho visto quasi tutto ciò che c’è di bello nelle vicinanze di Copiapò. Dicessi questo a un abitante del luogo, la prenderebbe come una “presa in giro”. Non perchè le cose belle siano molte di più di quelle che ho visto, quanto perché secondo loro qui non c’è nulla di bello. Pochi parlano con entusiasmo della propria città, e molti ragazzi non si sono mai mossi dalla qui se non per andare in estate sulla costa oceanica, circa 30 km a ovest. Per raggiungere un’altra città bisogna viaggiare almeno tre ore, per cui si muove da qui solo chi ha parenti da visitare o visite mediche da sostenere altrove. Non sono propensi alle gite fuori porta, e molti non sono mai stati nemmeno sul Bramador, un colle roccioso con una pendice sabbiosa, che dista solo pochi minuti dalla città. Per me è stato affascinante: si scende rotolando sulla sabbia, e il movimento provoca un rumore simile a quello di un aereo in cielo, e sotto tutto comincia a tremare come una scossa di terremoto. È un’attrazione degna di Gardaland, ma al naturale. Perfino la costa oceanica è degna di nota, con spiagge particolari, scogliere, conformazioni rocciose costituite da conchiglie solidificate nel tempo, e poi pellicani, leoni marini e quant’altro. E infine, spendendo qualche spicciolo in più, siamo andati in gita con le suore e i preti della diocesi, lungo l’impervio cammino che sale al passo andino che collega Copiapò all’Argentina. Ogni monte ha il suo colore, o il suo insieme di colori, tutti diversi uno dall’altro, e quando si incontrano oasi generate dai ruscelli di montagna è uno spettacolo raro. Oltre i 4.000 metri abbiamo incontrato la Laguna Santa Rosa, un lago di montagna davvero bello, e una distesa di sale che sembrava ghiaccio, talmente resistente da poterla attraversare col pullman, con laghetti brillanti per il sale a cristalli, di cui ora conservo in stanza un ricordo.
I due frati che sono qui da più di dieci anni non manifestano lo stesso entusiasmo, dato che la gita verso il passo e quella verso l’Oceano, unita a quella della valle coi vigneti, sono le sole tre gite che si possono proporre a frati ed amici che ci vengono a trovare, il resto è solo roccia e sabbia, ma io come prima volta ne sono rimasto estasiato. Spero di non perdere il gusto per i colori del deserto.

“¿Padre, se está acostumbrando?”
Quest’ultima domanda non è vostra, lo so, però è quella che più frequentemente mi viene rivolta dai cileni, per chiedermi se mi sto abituando al Cile, alla sua gente, alla sua cultura... e alla vita del deserto in Copiapó. Ciò a cui stento ad abituarmi è l’intonazione della frase, quel Padre all’inizio e la immancabile forma di cortesia. Mi dà del “lei” chiunque, anche i laici che vedo tutti i giorni in parrocchia o i ragazzi dei gruppi. Ho chiesto uno sforzo di familiarità almeno agli animatori con cui collaboro, e quando si ricordano mi danno del “tu”, ma quasi solo quando ci pensano. Altrimenti va da sè che il padre merita tutto il rispetto, è nel loro dna.
Alla domanda rispondo sempre di sì, ed è la verità. Penso poco alle cose che ho lasciato, un po’ di più alle persone. Tuttavia non mi costa molto abituarmi ad una cultura tutto sommato abbastanza simile alla nostra, e sento che il lento processo di inserimento è simile a quello vissuto quando mi sono trasferito a Roma o a Padova, soltanto rallentato un po’ dalla lingua diversa. Ma, come dicono gli sportivi, ho buone sensazioni, cioè sento che un processo è in atto e che ogni giorno c’è qualche volto, parola, attività che ripaga la mia pazienza. Sicuramente vivo molta più solitudine rispetto allo scorso anno, però il silenzio affettivo che circonda uno straniero arrivato da poco è anche un amico prezioso nel potermi accorgere, sentire, vedere tante piccole cose che altrimenti sfuggono nella frenetica quotidianità. Per ora non sono assolutamente stressato, e sono chiamato a godere anche di questo tempo che il Signore mi dona. Per questo ho tutta la serenità e buona disposizione per potermi “accostumbrare” a questo popolo, ai suoi ritmi, alle sue debolezze e alla sua ricchezza. Con tanta pazienza, ma anche con tanta gratitudine!

Vi saluto così, all’inizio della vostra estate, ora che il sole dovrebbe fare capolino anche in Italia. Vi auguro di riuscire sempre a scaldarvi le ossa e il cuore, sapendo gioire per le tante meraviglie che vi circondano e che i cileni di Copiapó immancabilmente vi invidiano.

Un fraterno abbraccio!

fr. Christian

mercoledì 9 aprile 2008

4 - Copiapó - fr.Christian (aprile 2008)

COPIAPÓ un mese dopo...


Non so dirvi se quella notte in pullman fosse più carica di timori o di gioia, però qualche lacrima è scesa mentre abbandonavo Santiago per trasferirmi a Copiapó, giusto giusto quaranta giorni fa. È la lacrima che accompagna sempre i miei trasferimenti, quando – finalmente solo – posso ridere di me, dei sentimenti che mi attanagliano, dell’ironia e imprevedibilità con cui Dio accompagna la mia vita, della grazia che mi dona ovunque io vada, della casella vuota con etichetta “futuro”, che io vorrei veder sempre organizzata in modo logico e progettualmente armonico. Anche questa volta ho sorriso con qualche lacrima agli occhi: un po’ per l’emozione di girare una nuova pagina; un po’ per la gratitudine a Dio per come mi ha permesso di apprendere tanto velocemente quel po’ di spagnolo che mi serve per farmi capire e per quanto mi sono trovato bene, più del previsto, nella comunità di Santiago che mi ha accolto per tre mesi; un po’ per quel misto di sentimenti e sacro timore che penetra nell’anima di chiunque coscientemente si accinge ad entrare nel deserto per andarci a vivere.
Quando sorge l’alba, l’immagine che si staglia davanti agli occhi del viaggiatore notturno è densa di sabbia e nebbia, roccia e qualche cactus. Il deserto di Atacama ha tutto un suo fascino per il variare dei colori delle rocce e della conformazione delle valli, ma la nebbia che lo invade quasi ogni mattina gli dona un’aria davvero spoglia e tenebrosa, che ti fa percepire il suo silenzio anche se il rombo del motore non tace. Attendo impaziente quell’ultima salita che ormai conosco, quella da cui si cominciano a vedere le prime baracche nella discesa verso Copiapó. Faccio fatica a pensarla come una città, pur così vasta e colma di abitanti, forse perchè priva di edifici, di palazzi o di qualsiasi altra costruzione che si stagli contro il cielo e dia un po’ di volume a questo immenso formicaio di casette e baracche, dove quasi tutto è ad un piano, massimo due. Forse perchè costruiti in periferia, gli edifici che più colpiscono l’occhio di chi entra in città sono i grandi mall o centri commerciali, con quell’aria nuova e le grandi scritte colorate, spuntati come i funghi negli ultimi dieci anni.
Questa è la città che mi attende, città di minatori, di lavoratori stagionali nei vigneti delle valli limitrofe, di famiglie “di passaggio” al seguito di chi ha trovato lavoro per qualche mese o un po’ di anni. Un occhiata veloce agli amati numeri: 19.535 abitanti nel censimento del 1952, più di 150.000 quelli stimati ora, e mi è facile capire che non incontrò molte “famiglie storiche”, ma piuttosto tutti i problemi che la rapida urbanizzazione e le migrazioni interne portano con sè, come l’emarginazione, la solitudine, famiglie strappate alla loro terra d’origine e disgregate al loro interno, abitazioni che spesso sono semplici baracche di legno e fango con un tetto d’alluminio, lavori precari e... poi pian piano conoscerò anche il resto.
L’accoglienza non mi sorprende, né quella dei frati della mia comunità (Maurizio, Tullio, Enrico) di cui già conosco la benevolenza nei miei confronti, né quella della gente di Copiapò, già sperimentata nei giorni trascorsi qui durante le vacanze di Natale, per certi versi ancor più calda e sincera di quella ricevuta altrove nei tre mesi precedenti. Sicuramente la quasi totale assenza di quel traffico metropolitano e fretta e caos che si vive in Santiago, aiuta non poco a respirare un clima più familiare, più a dimensione d’uomo, e anche le celebrazioni in piccole cappelle con venti, trenta o quaranta persone permettono un’immediatezza e una spontaneità che facilitano la percezione di “sentirsi a casa”.
I primi volti che incontro sono quelli delle religiose cui celebriamo la messa: le monache domenicane che vivono in clausura alla periferia della città, le suore che si occupano della casa di riposo (hogàr) per gli anziani, quelle che gestiscono il collegio di Belén e quelle inserite nel settore (o quartiere) di Cartavio che ci è stato affidato lo scorso anno. Con loro incontro anche i primi “poveri” e le mie prime povertà: vado un po’ in confusione quando all’hogar mi chiedono di amministrare l’Unzione degli Infermi ad un anziano che ha passato una brutta notte e fatica a respirare. Sfoglio dieci volte il libro con il Rito di questo Sacramento, che non ho mai amministrato prima, e vi trovo un’infinità di preghiere per ogni evenienza che mi lasciano un po’ intontito. Mi consola vedere che la suora lì con me condivide la stessa confusione di fronte alla complessità del libro, abituata com’è ad ascoltare le solite formule immancabili; tra l’indice del libro e i suoi ricordi riusciamo a recuperare ciò che è essenziale. In stanza una giovane suora sta vestendo l’anziano, seduto sul letto, che ha sorpreso tutti per come s’è ripreso negli ultimi dieci minuti. Gli spiegano che c’è il prete e lui comincia a dirmi: “Non muoio, non muoio!” e mi fa un segno di forza con le braccia. Gli dico che l’Unzione è un aiuto per ritrovare la salute, ma non sembra molto convinto. Fortuna che dopo le prime preghiere lo vedo sorridere, tutto commosso, e da lì in poi, senza smettere di accarezzare la mano della suora, è tutto un sorriso e cenni d’intesa ad ogni preghiera che recitiamo. Gli insegnano a farsi un segno di croce. E anch’io ho imparato qualcosa in più e me ne vado felice del suo sorriso e della sua poca voglia di morire.
Con le suore del settore di Cartavio c’è invece da preparare il Triduo pasquale: anche loro sono arrivate in Cile a novembre, per cui cerchiamo di capire assieme come la gente della cappella sia abituata a celebrare la Pasqua. Le responsabili della cappella cercano di aiutarci, nella semplicità di chi mescola letture e adorazioni, ceri e campane, lavande di piedi e acqua benedetta... ma spiegando cosa succede giorno per giorno, riusciamo a riordinare anche le celebrazioni del Triduo, ovviamente rimpinguate di tante piccole spiegazioni perchè tutti possano capire il significato dei molti simboli, talvolta riadattati alla loro religiosità, per quanto la liturgia lo permette. E mi sorprende come le persone mi manifestano la gioia di aver capito. Comincio a rendermi conto di quanta sia la necessità di educare, e come sia cosa apprezzata se non viene vissuta dal piedistallo dei dotti.
Lo capisco ancor meglio in quello che, per ora, è il servizio più bello che svolgo, quello che mi mette in contatto con tanti volti sofferenti e grondanti di lacrime, anche se volti ancor giovani: è la settimanale mattina di confessioni al collegio delle suore di Belén. Perdonatemi una doverosa digressione per spiegarvi il concetto di collegio: altro non è che la italiana “scuola dell’obbligo”, con la differenza che generalmente offre tutto il percorso scolastico dall’asilo fino all’ingresso in Università (pre-kinder, kinder, 8 anni di basico e 4 di medio). Vi sono collegi interamente statali, altri comunali con una piccola retta dei genitori, altri privati con una retta più sostanziosa. Generalmente sono collegi di 600-1200 ragazzi. Solo alcuni hanno l’internato, cioè la possibilità di dormire all’interno. Non è quindi da ricchi andare al collegio, lo è andare al collegio privato. E quello di Belén non è un collegio per “ragazzi bene”, ma un collegio femminile frequentato da ragazze di famiglie tendenzialmente povere. Le confessioni spesso sono l’unica occasione per bambine e ragazze di essere ascoltate nei loro problemi e i loro drammi, generalmente legati all’ambiente familiare. La solitudine e l’assenza di dialogo sono abituali, a volte per incapacità di comprendersi, a volte semplicemente per mancanza di tempo quando la mamma lavora tutto il giorno e tutti i giorni. Il papà è una figura positiva solo per poche fortunate: il più delle volte è assente, per lavoro o perchè non c’è mai stato, mentre altre volte è dedito all’alcol e fonte di violenze viste e subíte. Poi c’è la zavorra di casi aggrovigliati, quando spuntano zie, nonne o garanti vari a sostituire genitori indaffarati altrove, per lavoro o nuove storie d’amore, o quando la famiglia si arricchisce di nuovi fidanzati e rispettivi figli. Così, nel tentativo non sempre riuscito di capire con chi vivano le ragazze, imparo a conoscere i drammi che affliggono la famiglia cilena, il maschilismo che ancora imperversa, le piaghe dell’alcol e della violenza, la confusione di ruoli e di genere che si crea, e il rifugiarsi di queste ragazzine nella droga fin da piccole, o in relazioni che le facciano sentire grandi, coccolate, protette. L’educazione di cui scrivevo prima mi appare necessaria quando colgo la novità di parole che spiegano sentimenti, diritti, ruoli... e per loro è un respiro di vita anche solo sentire che non è colpa loro, o che è normale provare sentimenti “brutti”, o che l’affetto che provano a dodici anni per una compagna non è la conferma di qualcosa di “sbagliato”. Spesso ricordo a me stesso che “non c’è nulla di scontato”, perchè ogni volto porta con sè una storia unica, a Copiapó ancor più che a Padova.
Poi ci sono i volti delle persone che incontro nella chiesa parrocchiale e nelle nove cappelle che cerchiamo di accompagnare, i loro sorrisi, le strette di mano, l’immancabile “ti stai abituando?”, seguito sempre dallo “speriamo ti possa sentire accolto dalla nostra gente”. E io rispondo di sì, perchè finora è così, perché sono felice di essere arrivato qui pur di fronte a un futuro ancora incerto e tutto da scoprire, felice per le persone che incontro e per la loro accoglienza, felice perché sto cominciando a gustare come il deserto, tremendo e affascinante, mi riporti ad un’esperienza di Dio, dell’uomo e di me stesso terribilmente essenziale, dove purtroppo i limiti risultano più marcati, ma anche dove emerge con più chiarezza ciò che è indispensabile nella vita, nella fede, nelle relazioni.
Dopo un mese credo sia prematuro aggiungere altro, per cui vi lascio con questo abbozzo di vita cilena e copiapina, col semplice desiderio di continuare a regalarvi uno sguardo su questa realtà vissuta oltre-oceano. Avete un po’ di tempo per sognarla secondo la vostra fantasia, poi la prossima volta vorrei farvi immedesimare anche con qualche fotografia. Abbiate un po’ di pazienza...
Un abbraccio dal Cile, anche a nome di tutti i cileni che mi chiedono di raccontare di voi, degli italiani, dei miei familiari, degli amici, dei ragazzi che seguivo in Italia, delle persone cui voglio bene...

CIAO!!! fr.Christian

giovedì 14 febbraio 2008

3 - La religiosità in Cile - fr.Christian (febbraio 2008)

LA RELIGIOSITÀ IN CILE

“È il Cile un paese cattolico?”, oltre ad essere una legittima domanda che molti di voi mi hanno posto in questi mesi, è anche il titolo di un libro che padre Alberto Hurtado, uno dei due santi cileni, scrisse nel 1941, tentando di dare innanzitutto a se stesso una risposta a questa domanda che tanto lo inquietava. Come fu difficile per lui trovare una risposta univoca e definita quasi settant’anni fa, altrettanto lo è per me dopo questi tre mesi di vita in Cile, ma proverò comunque a condividere con voi qualche mia impressione.
Qualche dato innanzitutto: nell’ultimo censimento nazionale, dell’anno 2002[1] , si definisce Cattolico il 70% del popolo cileno, Evangelico il 15.1%, di altra religione Cristiana l’1%, Testimone di Geova l’1.1%, di altra religione o spiritualità il 4.6%, di nessuna religione l’8.3%. La percentuale di Cattolici sta calando: 81% nel 1970, 75% nel 1989, 72% nel 1998, 70% nel 2002. In compenso aumentano gli Evangelici, soprattutto nei paesi di campagna e nelle zone più povere, favoriti dal forte legame comunitario che si crea nelle piccole comunità evangeliche; dalla maggior flessibilità di una religione che non necessita di sacerdoti e anni di formazione, ma permette a qualsiasi laico di porsi a guida della comunità; pure da una maggior disciplina e rigore etico, che se da un lato può sembrare un fattore negativo, dall’altro risulta di forte aiuto alle famiglie “campesine”, molto più provate da problemi di alcol, droga e violenza prima di passare alla Chiesa Evangelica.
Tuttavia la descrizione della religiosità dei cileni percorre le stesse linee della situazione che abbiamo in Italia, quando andiamo ad analizzare la pratica religiosa: tra i cattolici solo il 14% va a messa tutte le settimane, il 20% una o due volte al mese, il 32% raramente, il 29% mai o quasi mai[2]. E se nelle altre religioni più del 60% dice di aver sperimentato in vita un momento decisivo in cui s’è preso un impegno nuovo e personale con la religione, tra i cattolici lo afferma solo il 36%.
In generale mi trovo quindi ad affermare che la situazione cilena non mi sembra molto differente da quella italiana, con una adesione al cattolicesimo che inizia con il Battesimo e spesso termina con la Prima Comunione, nel migliore dei casi con la Cresima; con una situazione giovanile molto simile; con una domanda iniziale che incontra una sua specificità solo se la cambiamo in: “È il Cile un paese religioso?”.
Un ultimo dato numerico per aiutarvi in questa nuova domanda, prima di raccontarvi qualcosa “a braccio”: il 57% dei Cileni dice di pregare tutti i giorni o più volte tutte le settimane, il 15% più volte al mese, il 10% raramente, il 18% mai o quasi mai. Non ho conosciuto molte persone cilene e non posso commentare questo dato, però credo che riassuma bene la situazione che si sta creando pure qui, dove la maggior parte dei credenti conserva una forte religiosità personale, anche se questa non significa adesione alle pratiche religiose della Chiesa quanto piuttosto devozioni personali, processioni, candele, immagini dei santi... e una percentuale crescente di adulti e giovani che, tutti presi dal mondo consumista e individualista, non sentono la necessità e la ragione per coltivare una propria spiritualità.
Per ciò che riguarda il confronto tra una fede ecclesiale e una fede personale, non mancano immagini e fatti che possano sorprendere lo “sguardo europeo”: vi lascio immaginare lo stupore di un povero pretino quando, mentre tenta di predicare in spagnolo o sta consacrando all’altare, si vede passare davanti la signora con le candele in mano perché, dopo averne distribuite un poche alle statue di destra, deve giustamente portarne altrettante anche a quelle di sinistra (la “par condicio”!); oppure la sorpresa nel vedere giovani coppiette, generalmente mai viste prima, presentarsi alla messa feriale con in braccio un tenerissimo neonato, in attesa di poter ricevere – dopo la benedizione finale della messa – una speciale benedizione per il loro bimbo. Sembra spesso che pure la messa, per quanto condivisa con altri, sia per i fedeli che vi partecipano un’ulteriore occasione di religiosità personale, intesa da ciascuno a modo proprio. Per raccontarvi anche qualche aneddoto simpatico, che aiuta a capire come la celebrazione sia vissuta dai Cileni con tanta serenità, vi potete immaginare i miei occhi sgranati – almeno le prime volte – e i loro occhi indifferenti quando i cagnolini si fanno la passeggiata attorno all’altare o si fermano ad osservarmi mentre predico, oppure la coppietta del primo banco si bacia appassionata e felice, oppure il bimbetto, forse stanco di ascoltarmi, mi viene a chiedere se ho un pallone da prestargli.
Per aggiungere qualche aspetto in più riguardo al differente modo di vivere la religiosità, mi ha molto sorpreso la quantità di attività e gruppi che ruotano attorno alla realtà parrocchiale, una percentuale incredibilmente più elevata di quanti frequentano la santa messa. In Italia generalmente solo tra i più fedeli si trovano quanti decidono pure di inserirsi in gruppi di formazione, di catechesi, di attività caritative, di preghiera... forse solo tra i giovani troviamo alcuni che partecipano a gruppi ecclesiali ma non alla messa domenicale. Qui invece attorno alla parrocchia ruotano moltissime attività: la catechesi per i bambini, i gruppi giovanili, la preparazione al matrimonio, la pastorale familiare, le comunità di base con persone di ogni età che si ritrovano a meditare la Bibbia, i gruppi degli anziani; poi i gruppi di preghiera, come i carismatici, oppure i “madrugadores” (madrugar = alzarsi presto) che sono uomini (incredibile, no?) che si ritrovano per cominciare la giornata pregando; e poi i gruppi caritativi, come l’“aiuto fraterno” che in parrocchia distribuisce ai poveri gli alimenti e i vestiti raccolti la domenica a messa, o come “speranza nuova” che porta aiuto ai poveri in città; infine, oltre ai vari consigli parrocchiali della chiesa parrocchiale e delle cappelle, ci sono poi nel nostro caso i gruppi francescani, come OFS e GiFra. Mi ha colpito in particolare come molte di queste realtà raccolgano persone di età differenti, dagli adolescenti agli anziani, siano esse comunità di preghiera, caritative o formative; quasi tutti questi gruppi sono gestiti e guidati dai laici stessi, il frate – e a maggior ragione il prete diocesano – ha il tempo per essere semplicemente un punto di riferimento. E altro motivo di sorpresa è stata la “scuola estiva”, un insieme di corsi proposti dalla diocesi con una quarantina di tematiche differenti, da quelle per giovani a quelle per anziani, da quelle di spiritualità a quelle di liturgia, dalle più complesse o di taglio psicologico alle più specifiche per i formatori dei gruppi. Molti parrocchiani hanno partecipato a questi corsi serali con l’entusiasmo di trarre beneficio ed esperienza per se stessi o per il proprio incarico in parrocchia.
In sintesi posso dire di aver conosciuto realtà molto vive e vivaci, ma di non aver ancora risolto il dilemma su quale sia il loro modo di costruire un rapporto con Dio, e con la consapevolezza che il ruolo della messa in questo appare assai marginale. Di sicuro c’è una devozione popolare più diffusa che in Italia, o almeno più diffusa che nel Centro-Nord. Ma sento che manca un anello di congiunzione che renda salda la loro fede in questo nuovo millennio e temo che, come succede in Italia, difficilmente i giovani continueranno a vivere la loro spiritualità e religiosità alla stessa maniera. Qui è più forte che da voi la domanda: “Ma davvero l’unica cosa che possiamo continuare a proporre è la santa messa?”.
Mi piacerebbe parlarvi poi di come sono vissuti qui i Sacramenti, ma sono ormai alla quarta pagina e penso che siate già stanchi abbastanza. Lascerò questo argomento per uno dei prossimi mesi.
Concludo cercando di “illuminarvi” su come sia euro-centrico anche il calendario che la Chiesa ci propone – non per colpa sua – e rispondendo così alla domanda che forse qualcuno s’è fatto: “Ma di come sia lì la quaresima non ce ne parli?”. Beh, facciamo un gioco: chiudete gli occhi, immaginatevi di essere sdraiati in spiaggia, 34 gradi e una fresca Coca Cola, ancora un po’ di giorni di vacanza da godere appieno prima di riprendere il lavoro... Ma come te lo vengo a dire che mercoledì scorso erano le Ceneri e ora dovresti fare digiuno e astinenza? Sì, perchè qui oggi è “ferragosto”!!!
Così succede che le attività pastorali, che vanno da metà marzo a metà dicembre, incomincino a quaresima ormai conclusa, praticamente vivendo assieme la Settimana Santa; si protraggano in maniera molto ordinaria per nove mesi, intervallate solo da qualche novena all’Immacolata o a san Francesco o a qualche altro santo; si concludano ai primi caldi estivi, salvo poi attendere – tra verifiche e cene di fine anno – che arrivi anche Natale. Non è colpa di nessuno se Natale è il 25 dicembre e la Pasqua ad inizio primavera, ma potete immaginare come i cosiddetti “tempi forti” di Avvento e Quaresima qui perdano molta della loro capacità di segnare il ritmo dalle attività e purtroppo anche della spiritualità dei Cileni. Sono importanti e molto partecipate le feste di Natale e Pasqua, ma giungono come eventi importanti e improvvisi, più che come conclusione di un periodo di attesa e di preparazione. E le attività pastorali vanno pensate e distribuite a prescindere da questi tempi forti.
Quindi per ora è meglio scrivervi che i Cileni stanno più in vacanza che in quaresima, e io... provo a inculturarmi! La settimana scorsa ero a camminare lungo la cordigliera andina, così domenica ho celebrato messa in un piccolo paese di campagna che altrimenti non avrebbe avuto sacerdote per la messa, e abbiamo finalmente vissuto il rito delle Ceneri. Sono stati fortunati... qualche paese dovrà aspettare una delle prossime domeniche.
Termino qui questo mio lungo racconto. Era “di parte”, parlava di cose religiose, ma spero vi abbia comunque incuriosito e fatto sorridere. A giorni mi trasferirò nella mia comunità di Copiapò e inizieranno le attività, per questo spero che i prossimi racconti abbiano anche qualche nome e qualche volto, me lo auguro per voi e anche per me!
Un abbraccio... fr. Christian

[1] Vedi ad esempio, anche per altri dati sul Cile, il sito della CIA: https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/geos/ci.html
[2] Per gli interessati a questa e altre statistiche sulla religiosità dei Cileni, è possibile scaricare la “mapa de la religiosidad” in PDF dal sito http://www.cepchile.cl/dms/lang_1/doc_1933.html

mercoledì 26 dicembre 2007

2 - Lettera di Natale - fr.Christian (dicembre 2007)

Un saluto a tutti voi dalla metropoli cilena di Santiago!

Vi scrivo dopo un mese dal mio arrivo in Cile innanzitutto per augurarvi un Santo Natale, poi anche per assicurarvi che qui va tutto bene e che il primo mese, dedicato quasi unicamente a imparare un po’ meglio la lingua spagnola, è trascorso tranquillo e senza intoppi.
Finora non ho avuto modo di “mettere il naso” più di tanto nell’ambiente, nelle famiglie, nelle situazioni del popolo cileno, ma mi sono dovuto accontentare di qualche chiacchierata dopo la messa e di tutto ciò che mi hanno raccontato i miei frati e le professoresse a scuola.
La mia vita quotidiana procede tranquilla… anche se comincia con un viaggio in metropolitana, stile “sardine in scatola”, per raggiungere la scuola. Ma poi c’è solo tanto studio, un po’ di relax per la messa, la cena e qualche riga scritta agli amici in Italia, e poi ancora studio. Però nel fine settimana mi riposo e riesco pure a guardare qualche stralcio delle partite di calcio italiane e a scambiare quattro chiacchiere con la gente!

Ho pensato di scrivervi qualche riga sul Natale in Cile, dato che molti mi hanno chiesto come lo si viva qui.
Comincio col dirvi che sono arrivato ad inizio Avvento e abbiamo subito posto in chiesa il primo segno natalizio, la Corona di Avvento. Ma la prima candela accesa non mi ha detto molto, non faceva molta luce e non scaldava: eh sì… mentre voi ieri avete vissuto il giorno più corto dell’anno e il Natale vi parla di una luce che ricomincia a vincere le tenebre, ieri per noi è stato il giorno più lungo e la notte più breve, e anche se da oggi i giorni si accorceranno, non c’è per ora molto bisogno di candele! Nemmeno si percepisce il loro calore, adesso che l’estate è cominciata e di giorno abbiamo circa 30 gradi.
Poi abbiamo iniziato a cantare qualche canzone natalizia, e per fortuna ce ne sono molte che parlano di vita contadina, di Maria che lava i panni, che allatta, che si dedica al bambino Gesù. Sì, perché cantare “Tu scendi dalle stelle… al freddo e al gelo” è cosa che a volte si fa, ma qui suona molto stridente a noi europei che abbiamo vissuto il freddo del Natale. Per i cileni invece non ci sarebbe problema, loro apprezzano e imitano sempre tutto ciò che viene da fuori, che è europeo o nordamericano. Le mie professoresse cilene dicono che non potrebbe essere altrimenti, visto il “complesso di inferiorità” che i cileni hanno verso tutti i popoli bianchi ed economicamente più sviluppati.
Per questo il Natale è diventato anche qui un evento commerciale, un momento in cui la famiglia deve spendere per i regali e il cenone, un evento che le pubblicità incoraggiano a vivere con acquisti a rate e con favorevoli sconti per chi, evitando le lunghe code natalizie, si organizza per le compere già a ottobre e novembre! E a parlare di Natale sono dunque i molti Babbo Natale, fradici e grondanti di sudore, che con le loro giacche rosse, berretti di lana e barbe finte, si affollano e si sbracciano davanti ai centri commerciali.
Lo scorso anno m’aveva colpito pure l’immagine del grande albero di Natale nella piazza centrale di Santiago, proprio di fronte alla Cattedrale, tutto ricoperto di addobbi ed ovviamente anche di finte palle di neve! Purtroppo quest’anno non ci sono le palle di neve a farmi sorridere, ma tutti gli addobbi di questo enorme albero sono grandi cerchi rossi, con la scritta bianca “Coca Cola”.

Somiglianze, differenze, contrasti… ho dovuto impegnarmi un po’ per ritrovare qui, nel caldo di una metropoli consumista di sei milioni di abitanti, qualche segno che mi parlasse di quel tranquillo, emozionate e fresco Natale vissuto in una sperduta grotta di Betlemme.
Una cosa però balza subito all’occhio di qualsiasi europeo arrivi qui e, per chi ha occhi facili a commuoversi, parla inevitabilmente di quel Natale: sono le moltissime mamme incinte che, disinvolte o impacciate, ragazzine quattordicenni o donne adulte, popolano la vita quotidiana di questa città. Quelle mamme, alcune davvero coetanee di Maria, riescono per fortuna a parlare di Natale, di vita accolta anche quando inaspettata, di cura e amore per ogni piccolo bimbo, ogni piccolo Gesù che ancora ha voglia di nascere. Sì, per fortuna l’amore per la vita non manca, anche se ovviamente lo sviluppo e il consumismo stanno facendo calare i numeri anche qui. Ma tanti pancioni e tanti bimbi, tante culle e tanti presepi sono ancora il segno più bello che la luce vuol vincere e scacciare le tenebre.
M’ha poi colpito l’attenzione che anche qui si dà alla famiglia e alla donna, temi che sempre più trovano spazio sulla bocca di tutti, da un lato per non ripercorre in modo pedissequo tutti gli errori che l’occidente ha commesso, dall’altro per arrivare ad un livello di rispetto e uguaglianza che ancora non è soddisfacente nel sud-america maschilista. Soprattutto in questi giorni natalizi e di fine anno si fa la conta, e sono più di sessanta le mogli uccise quest’anno da mariti ed ex-mariti, troppe in un paese di quindici milioni di abitanti. E parole come rispetto, uguaglianza, dialogo, amore… mi suonano tanto natalizie in un paese che ha voglia di rinascere con dignità, che tra mille difficoltà e sfruttamento estero cerca un benessere che si possa fondare sul rispetto di ogni essere umano.
Forse sono solo piccoli germi di speranza, ma anche la vita di Gesù tra noi è cominciata in una piccola grotta tra persone semplici. Così anche la fede che ognuno porta nel cuore è solo un piccolo germe che ci spinge a sperare di incontrare un giorno faccia a faccia il nostro Dio, che cerca di tenere accesa la consapevolezza di quanto lui ci voglia bene, che ci stimola a ritrovarne la presenza nel volto di chi ci sta accanto.

Mentre mi impegnerò a vivere un Natale di fiori e di luce, di colori e di calore, vi ricordo con gioia e auguro anche a voi, in questo Natale, di continuare a cercare tutti quei segni che ci fanno sentire sempre viva la presenza del “Dio con noi”.
Che possiate vivere un Santo Natale e cominciare con speranza e con serenità il nuovo anno! Un abbraccio dal Cile…

fr. Christian Borghesi

venerdì 30 novembre 2007

1 - Ciao carissimi! - fr.Christian (novembre 2007)

Ciao carissimi!

Come promesso, mi faccio vivo prima possibile con tutti voi, cercando di raccontarvi qualcosa e di dare risposta ad alcune delle molte domande che mi avete rivolto in questi giorni.
Ma prima di cominciare, voglio ringraziare quanti mi hanno inviato gli auguri o ricordato in occasione del mio compleanno. Pure un grazie a quanti mi hanno raccontato qualcosa di loro, cosa che mi fa sentire ancora molto vicino a voi.

Che dirvi, dopo appena quindici giorni dalla mia partenza, di cui solo la metà trascorsi qui a Santiago? Mi perdonerete, ma non riesco ancora a presentarvi qualche volto, a parlarvi del popolo cileno… l’unica persona cilena con cui ho dialogato abbondantemente è stata stamattina la “profesora” di spagnolo, dato che ho cominciato il mio corso stando da solo con questa ragazza… che non vedrò più, perché io domani sarò inserito in una classe e lei nella giornata di oggi ha adempiuto il suo compito di avviarmi alla grammatica spagnola. Piccole differenze d’organizzazione…
Per cui vi dovrete accontentare per ora di qualche nota tecnica e qualche pensiero o sentimento mio.

Beh, l’impatto… direi che è stato più che buono. Dopo quattro giorni (e poco più) impiegati tra viaggi e una fugace ma interessante visita in Bolivia, sono finalmente arrivato in Cile. Il “finalmente” è dovuto alle 26 ore di viaggio tra Padova e Cochabamba e, tre giorni dopo, alle altre 26 ore di viaggio tra Cochabamba e Copiapò. Accompagnato da p.Gianni (mio “boss” Provinciale) e da p.Valentino (responsabile di Missioni e Caritas), abbiamo raggiunto fr.Tullio, fr.Maurizio e fr.Enrico nel loro convento. Formano una bella comunità in una cittadina di 120.000 abitanti, che assistono con una parrocchia e otto cappelle, occupandosi di circa un quarto della popolazione. Tutto ciò in una cittadina che ha pure qualche albero e attorno vigneti irrigati, ma inserita nel deserto dell’Atacama e circondata da brulle montagne desertiche. Vedere per credere? Beh, andate sul sito che per ora raccoglie i pensieri di fr.Tullio e troverete anche qualche fotografia: http://www.viviamaspera.tk/
Due giorni trascorsi con loro ci hanno permesso di visitare tutti i quartieri inseriti nella loro zona pastorale, ampliatasi quest’anno dopo che i francescani Minori si sono ritirati da una comunità adiacente la nostra, e di comprendere la mole di lavoro che stanno cercando di sostenere. Ad esempio, il desiderio di assicurare la messa domenicale alla zona cittadina e quella mensile ad altre cappelle, costringe talvolta qualcuno di loro a celebrare anche quattro messe domenicali, sempre che qualche malessere fisico non venga a complicare ulteriormente la situazione. Però vivono con serenità questa loro dedizione all’altro, al povero, e questo aiuta a ricaricare le energie.

Una settimana fa siamo arrivati a Santiago (800 km più a sud) dopo una notte in un comodo autobus con poltrone dallo schienale regolabile, un mezzo diffusissimo -escluse le persone più povere- per coprire le lunghe distanze di questo sottile paese. E qui ci siamo avviati a conoscere una realtà parrocchiale altrettanto grande, inserita però in una realtà metropolitana come quella di Santiago e dei suoi cinque milioni abbondanti di abitanti (un terzo della popolazione cilena). La zona è periferica, secondo l’insegnante di questa mattina è pure una delle più povere e malavitose di Santiago, inevitabilmente porta con sé i disagi di ogni periferia urbana; tuttavia finora i frati non hanno incontrato grosse difficoltà e pericoli, e pazienza per i candelabri che si sono portati via dalla chiesa! Tuttavia le difficoltà e violenze spesso vengono ascoltate, in confessionale o in qualche chiacchierata, e fanno parte dell’attività dei frati come conseguenza di un disagio che si respira in molte famiglie, anche tra i giovani.
Eppure qualcosa si muove e il popolo cileno, con la sua cultura, mezzi e modi, cerca con determinazione di trovare sviluppo, cultura, pace sociale. Ho visto poco e conosco nulla… ma soprattutto qui a Santiago non direi che regna il fatalismo sudamericano e certamente l’attività lavorativa è di gran lunga più evidente e incessante di feste, canti e balli. Vedrò meglio… e vi racconterò.
Dimenticavo di presentarvi i frati di Santiago: fr.Ramon, fr.Giuseppe, fr.Pedro, fr.Fabrizio. Un bel quartetto che ha la fortuna di non dover spaziare troppo come a Copiapò e per questo si può permettere anche altre piccole e preziose attività in città e dintorni: direzione pastorale e spirituale in un collegio di 1200 studenti (una figura che in Italia non c’è, una sorta di consigliere del direttore e organizzatore di attività spirituali per docenti e studenti), assistenza ai gruppi della terza età del decanato (anche qui ci vorrebbe una pagina per spiegarvi…), guida di esercizi spirituali e assistenza alle suore. Avrò dimenticato qualcosa, quando mi raccontano altro vi aggiornerò. Lascio ad una delle prossime mail anche la descrizione di quali siano le molteplici attività di una parrocchia.

Concludo questa prima mail dicendovi qualcosa di me e di quel che mi aspetta. Innanzitutto sono felice e sereno quanto basta. E grazie a Dio non mi sta prendendo la fretta e nessuno me ne ha messa: se reggo, mi dedicherò tre mesi per apprendere bene lo spagnolo, anche perché mi piacerebbe riuscire pure a scriverlo bene, giusto per non buttar via anche le doti e competenze culturali che mi sono state date. Dopo di che mi trasferirò a Copiapò (sì, da Tullio) e anche quello sarà un passaggio “senza fretta”, perché ci sono buone probabilità che nemmeno quello sia un trasferimenti di lunga durata: in attesa di vedere se riusciremo a fine 2009 ad aprire una nuova comunità, per un paio d’anni darò una mano ai tre frati che stanno lì. Poi si vedrà…
Che altro dirvi di me? Forse che è troppo poco tempo che sono partito, che non ho ancora realizzato bene quante persone e cose ho lasciato di là dell’Oceano, che tuttavia continuo a rallegrarmi e sentire preziosa questa opportunità di ricominciare, che mi mancano tanti volti ma che per ora non ce n’è uno che io senta lontano da me, che intravedo solo un barlume di cosa possa significare per me essere missionario qui, che sento che il Signore è più tranquillo ora perché in Italia faceva fatica a rincorrermi tra le mie mille cose organizzate. E poi che… ma non posso scrivere tutto adesso, meglio ritornare un po’ all’idioma spagnolo e cominciare a studiare un po’!

Riguardo alle FAQ pratiche che mi sono state rivolte:
- Il mio cellulare non è venuto in viaggio con me, non ricevo sms.
- Il mio indirizzo mail è sempre lo stesso fra.christian@tiscali.it perché ho trovato il modo di reindirizzare tutte le mail che ricevo e scaricarle così con outlook da un altro mio indirizzo “fratesco” che è christian.borghesi@ppfmc.it . Non ho altri indirizzi che questi.
- Ho la possibilità di chiacchierare un po’ con Skype: fr.christian è il mio account. Se non riuscite a trovarmi, mandatemi via mail il vostro account. Non prometto di starci ore, né di rispondervi tutti i giorni, né amo molto la chat… ma due chiacchiere le faccio volentieri.
- Anche a questo proposito, le ore di fuso orario sulla carta sono cinque, ma ora noi abbiamo l’ora legale per cui siete solo 4 ore in anticipo, mentre al cambio dell’ora nostro e vostro di primavera diventeranno sei ore. Per questo quando torno da scuola il pomeriggio, da voi è sera. Non mi troverete mai collegato quando lì è mattina!
- Un indirizzo di Santiago ci sarebbe, ma se mi scrivete una lettera arriverà quando mi sarò già trasferito a Copiapò. Comunque per chi vuol curiosare su Google Earth, in “Trova attività” scriva “estacion santa rosa” e sul dove? “santiago”: cliccando sul segnale A si troverà ad un incrocio stradale con al centro la metropolitana e, nell’angolo a sud-ovest, il tetto bianco di una chiesa con una “passerella” per arrivarci e il tetto del convento a forma di ] con la parte bianca restaurata e quella marrone con stanze e sale ancora da sistemare. Se qualcuno sa come inserire una fotografia, me lo dica che gliela mando. Invece trovare l’attività “san francisco” a “copiapò” dà già maggiori soddisfazioni!

Direi che per ora può bastare, anche se mi sono già copiato una pagina intera di vostre domande. Man mano che troverò le risposte…

Un abbraccio a tutti voi!
fr.Christian


P.S.: Oggi è già martedì, ieri non ho fatto in tempo ad inviare la mail. Novità del giorno? A scuola, disperati per il fatto che non so nulla di grammatica, tuttavia invento frasi abbastanza corrette, capisco molto e leggo perfettamente… hanno deciso di mettermi nel livello avanzato (“perché tanto lì si fa un ripasso approfondito di tutta la grammatica”), accompagnandomi con una frase che letteralmente suonava come: “Abbiamo deciso di tirare il leone” e con un sorriso che la rendeva simile al nostro “e di fargli la pelle”. Avete altre interpretazioni che mi sollevino un po’? ;-)