giovedì 15 gennaio 2009

8 - Tempo di bilanci - fr.Christian (gennaio 2009)

TEMPO DI BILANCI?


Ciao carissimi!
È già terminato il 2008, che per noi “cileni” non significa soltanto staccare dal muro il calendario vecchio per lasciar spazio a quello nuovo (sempre con accattivanti immagini alpine, gentilmente portatomi dall’Italia), quanto la fine di un anno di attività pastorali e l’inizio dell’estate, tempo di riposo, di verifica, di progettazione.
Tempo di bilanci? La domanda è d’obbligo, molti di voi mi hanno chiesto come valuto questo mio primo anno in Cile, tuttavia non sono molto convinto che il tempo trascorso (come diciamo noi frati: “un anno, un mese e un giorno”) sia sufficiente per dichiarare concluso il tempo dell’apprendistato e permettermi un valutazione esaustiva e definita. Varie cause mi spingono a sospendere il giudizio. Innanzitutto la differenza culturale, che per quanto si possa capire, per quanto si provi ad accettare, richiede un cammino lungo e tortuoso per riuscire a far propria almeno in parte. Poi la provvisorietà della nostra situazione di missione (o Delegazione) cilena, che tra un anno esatto ci vedrà impegnati ad aprire un terzo convento e a ricomporre le comunità: indipendentemente dal fatto che io rimanga o meno a Copiapó, sicuramente mi troverò a vivere con altri confratelli e pure il modo di svolgere le attività non sarà lo stesso. Cruciale è soprattutto la mia inesperienza e lentezza nell’adattarmi alla vita di parrocchia, mai vissuta prima se non come esperienza domenicale, e a dare una giusta dimensione alle inerenti responsabilità e al modo nuovo con cui sono chiamato a relazionarmi con ogni categoria di persone e alle inevitabili incomprensioni e difficoltà sperimentate. In sintesi sento ancora molto la provvisorietà della situazione che sto vivendo e al contempo di me stesso come persona.
Per questo ciò che mi conforta è fare memoria di quanto riflettuto prima di partire dall’Italia, sul senso della “missione” non come luogo dove esprimere meglio ciò che sappiamo fare, ma come esperienza privilegiata per riscoprire chi siamo, soprattutto agli occhi di Dio. A qualcuno sembrerà strano, magari penserà “sapevo che era meglio se rimaneva in Italia”, ma in verità a Padova mi sentivo assai più “utile” di quanto non mi senta oggi a Copiapó. Per chi ha in mente le immancabili fotografie del missionario attorniato da bambini o da gente in festa, atteso e cercato da tutti, faccio un paio di esempi per capire alcuni cambi di mentalità e di aspettative cui è chiamato un missionario: da sei mesi mi presento alla cappella di Cartavio con tutta disponibilità un’ora prima della Messa, ma finora non ho confessato nemmeno una persona; e dopo un anno in Cile, nessuno riesce abitualmente a darmi del “tu”, nemmeno i ragazzi dei gruppi che accompagno né gli animatori con cui mi vedo almeno un paio di volte alla settimana.
Abituato ad altra maniera di vivere il rispetto e la fiducia nelle relazioni, ogni giorno sento messo in discussione il mio modo di essere e di fare, e qui nasce la bellezza e l’“utilità” di questo mio primo anno in terra cilena, il “frutto della missione” e l’unico bilancio che mi posso permettere. Sento che questa esperienza mi sta facendo bene, anche se ogni purificazione è frutto di crogiuolo, di torchio, di setaccio. È un bilancio positivo per come quest’anno mi ha messo in discussione, mi ha permesso di conoscere meglio me stesso, mi ha fatto sentire bisognoso di Dio e di misericordia, mi ha aiutato a scorgere e apprezzare la bellezza anche di ciò che sembra poco, piccolo o banale.
La pubblicità televisiva definisce il Cile “terra di contrasti”, e qui anche l’uomo, quando si guarda dentro, si riconosce “terra di contrasti” e, con un po’ di fede, non può che sorriderne.

Ma non voglio tediarvi troppo con pensieri e riflessioni, per cui lascio spazio ad un altro bilancio, un po’ più pratico e leggero, altro bilancio che mi sento chiamato a fare soprattutto per le tante richieste che mi arrivano dall’Italia. É il “bilancio della carità”, parziale espressione di tanti volti, nomi, situazioni, drammi, necessità. Non vi posso raccontare che qualche semplice aneddoto, uno sguardo fugace su alcune situazioni di vita e di povertà.
Comincio da come ho vissuto la vigilia di Natale. Memore di come negli ultimi anni sia stato per me “il giorno delle confessioni”, seduto coi miei confratelli ad ascoltare file di fedeli bisognosi di quei tre minuti in cui raccontare i peccati dell’anno, è stato interessante immergermi quest’anno in un modo nuovo di vivere la vigilia, cioè nella preoccupazione assai più materiale che anche le famiglie povere potessero festeggiare la nascita di Gesù. San Francesco scriveva di come anche i muri dovessero essere spalmati di carne in questo giorno di festa, e noi ci siamo prodigati nel distribuire la “cena di Natale” ai più bisognosi. In tutto il Cile sono molte le associazioni, parrocchie, ditte e imprese che distribuiscono regali, cibo e dolci a grandi e piccini in questi giorni di festa. Così abbiamo raccolto nomi e coordinato gli aiuti, e il 24 di dicembre ho caricato sulla nostra camioneta un insieme di svariati generi alimentari, e con gli incaricati della ayuda fraterna (una piccola Caritas) abbiamo distribuito un pollo surgelato e riso, pasta, olio, sale e altri prodotti a 150 famiglie povere del Settore di Cartavio. Per loro è stata una festa, per me il toccare con mano la povertà e la gratitudine della gente, in particolare il sorriso di Pabla, forse quarant’anni, e una casa dove un fornelletto e una padella, un tavolino e una bacinella d’acqua adagiati su un pavimento di terra battuta davano vita alla cucina, atrio o soggiorno che dir si voglia. È la situazione in cui vivono molte persone che soffrono una malattia, incapaci di lavorare e chiamate a scegliere tra i medicinali e gli accessori per una vita più dignitosa. Nella sua situazione ho incontrato anche Anita, che sta lottando con un tumore ed è rimasta senza lavoro per uno dei frequenti incendi che si verificano in città, o Ramon, un anziano vedovo, non troppo lucido, che vive nella sua baracca con cento euro di pensione. Tutte queste persone vengono aiutate in caso di speciale difficoltà, dato che gli aiuti che possono ricevere non cambierebbero la loro situazione di base. Però con le offerte che ci arrivano dai nostri parrocchiani più facoltosi e anche dall’Italia, almeno a Natale riusciamo a dare loro un motivo di gioia e di speranza.


Differente è stato il caso di Wilfredo, anche lui impossibilitato a lavorare causa epilessia, con una moglie malata di tumore e un paio di ragazzini da seguire: è stato sfrattato dalla baracca che non era sua, ma almeno con un prefabbricato – con gli aiuti della Caritas diocesana – siamo riusciti a trovargli un tetto.
Un’altra storia che vi presento è quella di Isabel, una nostra catechista del Settore, che m’è venuta a cercare per dirmi che non poteva proseguire con il catechismo ai ragazzini, perchè le si staccava la dentiera e non voleva essere derisa da loro. Sembra un problemino da nulla, ma non è così quando mancano i soldi necessari per una visita generalmente costosa. Così l’abbiamo indirizzata alla nostra oficina dental, un servizio inaugurato da pochi mesi a favore dei poveri e con l’aiuto di un paio di dentisti che prestano questo servizio di volontariato.
Ed ora ci stiamo attrezzando per marzo, quando la fine dell’estate si presenterà di nuovo come momento drammatico per molte famiglie, chiamate ad iscrivere alla scuola i loro figli e a fornire loro la divisa, i libri e materiale di cancelleria. Lo scorso anno, appena arrivato a marzo in Copiapó, avevo avuto subito l’opportunità di coglierne il dramma, visitando una delle tante mamme con tre figli e senza marito, disperata perchè era riuscita a iscrivere i figli a scuola, ma dopo una settimana questi non volevano più presentarsi in classe in quanto derisi dai compagni per i loro “vestiti di colore”, cioè per indossare le comuni magliette e non la divisa della scuola. Quella che dovrebbe essere una concessione alle famiglie povere, in realtà risulta uno strumento di discriminazione e di burla tra i ragazzi. Così altre offerte arrivateci sono già destinate a questo scopo, consci dell’importanza che tutti ricevano l’educazione scolastica come una ricchiezza, non come un trauma.
Avrete capito come la gran parte degli aiuti e delle nostre possibilità di sostenere le famiglie povere si limita ai casi di emergenza e a quelle situazioni di necessità che puntualmente si ripresentano in alcuni momenti dell’anno. La malattia e la mancanza di lavoro – a fine estate rimarranno disoccupati la maggior parte di quanti ora stanno raccogliendo l’uva – sono le cause principali di queste emergenze e, per quanto possiamo, ci serviamo di persone in necessità anche nei lavori della chiesa e del convento, dal falegname che è stato quattro mesi all’ospedale, al muratore che ha il figlio diciottenne in chemioterapia, all’anziano cui chiediamo di lavarci l’auto... e così via. Piccole gocce, ma che nel deserto hanno un’importanza vitale.
Per concludere questo resoconto, ci sono poi i sogni più grandi, progetti che non hanno una ricaduta immediata ma che ci permetteranno di pensare al beneficio della gente a medio e lungo termine: sto parlando del “salone multiuso” di Borgoño, settore accompagnato soprattutto da fr.Tullio, che permetterà ai parrocchiani di avere un luogo per incontri e gruppi in cui crescere nella fede e nella vita sociale, a seconda di ciò che riusciremo a progettare. In tutto il quartiere non ci sono sale capaci di contenere un gran numero di persone, e con l’aiuto della Caritas Antoniana e di molti di voi ora avremo finalmente un luogo e gli strumenti per pensare più in grande, anche se sarà una sfida non facile. E allo stesso modo c’è il desiderio di rendere più accogliente la nostra “oasi francescana” in San Pedro, una cappellina a 20 km da Copiapò, che sempre più sta diventando luogo privilegiato per ritiri ed esperienze di fraternità dei nostri gruppi parrocchiali, e con una piccola sala potrebbe essere utilizzata anche d’inverno. Da poco ci sono stato due giorni con il gruppo di giovani che si sta preparando alla Cresima, e lì ho ascoltato la storia di Betzi, che da poco ha vissuto la separazione dei genitori ed è rimasta con la mamma e con quattro fratelli nati da un altro papà e quindi indifferenti al fatto che il papà di Betzi se ne sia andato, o la storia di Nicole, che piangeva raccontandomi quanto sia dura andare a raccogliere dalla strada il nonno ubriaco e lavarlo e sopportarne spropositi e minacce, o la storia di Beto, che ancora non ho capito con chi vive, ma sicuramente non con la mamma scappata di casa, né col fratello che è in carcere, né col padre che non ha mai visto. E poter chiacchierare anche di questo, in un’oasi di serenità e lontano dalle proprie case intrise di sofferenza, è esperienza di bene e di amore tanto preziosa per questi e molti altri ragazzi.

Non voglio dilungarmi oltre, spero di aver rimediato già così ad alcune carenze nei miei precedenti racconti. Chi ha esperienza di missione sa quanto sia difficile far capire al “mondo occidentale” che coi soldi non si risolve tutto, e che non sempre si fa del bene a un povero regalandogli qualcosa. Ma questo è un argomento troppo lungo e non ho ancora l’esperienza sufficiente per affrontarlo. Ho preferito dipingervi qualche volto e farvi arrivare un grazie attraverso i loro sorrisi, un grazie indipendentemente da quale sia il vostro modo di accompagnarli di lontano e di essere persone solidali con quanti invece sono il vostro prossimo.

Tempo di bilanci? Ho scritto il titolo con il punto interrogativo, non del tutto convinto che sia già arrivato il tempo dei resoconti, ma Word non ha accettato il punto di domanda quando ho voluto salvare questa lettera. Lascio quindi a voi la scelta, se vi piace pensare queste pagine come la sintesi di tanti doni che Dio e il popolo cileno mi hanno fatto quest’anno, o se sia semplicemente la tappa di passaggio di una benedizione più grande che ancora mi sfugge. A me ovviamente vanno bene entrambe le possibilità!
Vi auguro di cuore un felice 2009, che porti nei vostri cuori e nelle vostre case tanta gioia e serenità, e la grazia di saper guardare il mondo con gli occhi amorevoli di Dio e con la speranza che viene dalla fede in Lui.
Un abbraccio a tutti!
fr.Christian

sabato 15 novembre 2008

AVVERTENZA - BLOG IN COSTRUZIONE



Quello che vedete è un blog in avanzata fase di composizione...
aggiornato ma recentemente aperto a pochi intimi.

* tra le "sezioni del blog" trovate le lettere di fr.Christian e di fr.Tullio
e qualche informazione nel "dove siamo"
* tra i "link" c'è l'album delle fotografie, più altre sparse qua e là

speriamo di riuscire a migliorarlo ancora... portate pazienza!

lunedì 27 ottobre 2008

Storia e dati di Copiapó

anno STORIA DI COPIAPÓ
1541: Pedro di Valdivia istituisce la Villa de Copayapu (secondo la voce indígena con cui veniva nominata la zona) in quello che, prima dell’arrivo degli spagnoli, era un assembramento indigeno di circa 300 persone. In seguito fonderà la Villa San Francisco de la Selva de Copiapó
1700: 971 abitanti (secondo il Vescovo Francisco de la Puebla)
1705: Epidemia di peste
1707: Estrazione di oro e rame a sud di Copiapó
1718-24: Epidemia di tifo
1744: Fondazione ufficiale della città di Copiapó
1744: 1.745 abitanti (censimento)
1765: Forte terremoto ed epidemia di peste
1766: 2.960 abitanti (secondo il Vescovo Manuel de Alday)
1792: Il rio Copiapó si secca, grande periodo di siccità nella Regione di Atacama
1819: 18 aprile: forte terremoto con morti, feriti e grande distruzione
1827: Violenta inondazione della città
1832: Scoperta del giacimento Chañarcillo e costruzione del carcere
1835: 11.343 abitanti (secondo José Rodríguez)
1840-41: Costruzione della Cattedrale in piazza Prat
1845: Nasce il primo giornale della città: “El Copiapino”
1848: Scoperta del giacimento di argento “Tres Puntas”
1848: Apertura del teatro "El Rojo" (“il rosso”) e costruzione dell’ospedale
1851: Costruzione della prima linea ferroviaria cilena, da Copiapó al porto di Caldera (81 km)
1852: Prima illuminazione pubblica delle vie centrali della città, 450 lampade alimentate con idrogeno sulfurato
1854: Il numero di abitanti arriva a 12.425 (censimento)
1854: Costruzione della stazione ferroviaria di Copiapó, oggi uno dei monumenti storici più importanti della città
1857: Fondazione della Scuola Mineraria
1859: 5 ottobre: forte terremoto che distrugge gran parte della città. Si aprono crepe e molte case risultano completamente distrutte. A Caldera l’oceano si ritira
1868: Il distretto di Copiapò somma quest’anno 1306 battesimi, 951 decessi e 151 matrimoni. Si nota una scarsità di matrimoni e battesimi rispetto ad altre città del paese. Circa il 33% della popolazione sa leggere e scrivere
1872: Gli abitanti sono circa 10.000 (stime dell’epoca)
1872: Costruzione della chiesa San Francisco
1880: Vengono piantati in piazza Prat gli alberi del pepe, che ancora oggi abbelliscono la piazza
1888: 14 agosto: grande alluvione in città. Tutto il settore ai bordi del rio Copiapó subisce forti danni. Un gran numero di persone muore in questo disastro naturale
1888: Epidemia di colèra
1895: 9.816 abitanti (censimento)
1918: 4 dicembre: forte terremoto a Copiapó e Caldera. A Copiapó si contano 6 morti e 100 feriti; il 50% delle case risultano in rovina
1922: 10 novembre: forte terremoto a Copiapó, Vallenar, Caldera e Huasco. Nella regione di Atacama e Coquimbo il numero dei morti arriva a 3000. Solo in Vallenar si contano 409 morti e 300 feriti. A Copiapó il terremoto distrugge, oltre al resto, anche il “teatro rosso”. Huasco è quasi completamente distrutta. Tre onde di Tsunami distruggono gran parte di Caldera e della ferrovia. A Bahía Inglesa si forma una grande laguna
1929: Un incendio alla scuola di miniera distrugge le strutture, i macchinari e parte della collezione mineralógica
1947: Nella guida turistica South American Handbook si definisce Copiapó come "città attraente ai limiti del deserto e ben amministrata" e si raccomandano l’Hotel Inglés e l’Hotel Ahumada. La città arriva ai 21.731 abitanti (censimento)
1951: Inizia la sua attività la fonderia di Paipote
1951: Incendio nel centro: l’edificio dei pompieri, l’Hotel Español, la farmacia Delard, la Casa Pollack, il Club di Pesca e Caccia, la casa dei giocattoli Limber, la pasticceria Shangai, il Club Libanese e il teatro Rex risultano distrutti
1952: I residenti in città sono 19.535 (censimento), ma con gli anni ’50 inizia una crescita vertiginosa della popolazione
1957: Viene aperta la circonvallazione della ferrovia e così si può chiudere il ramo che passava per le vie centrali della città
1970: 42.500 abitanti (censimento)
1973: Inaugurazione del Museo Regionale
1975: Ultimo transito del treno, che cessa la sua attività
1976: Copiapó è ufficialmente la capitale della Regione di Atacama
1978: Terremoto con intensità di 6-7 gradi
1981: Fondazione dell’Universidad de Atacama
1982: Copiapó ha 83.875 abitanti, 68.900 nella città (censimento)
1992: 100.907 abitanti (censimento)
1994: Inaugurazione del centro commerciale Plaza Real
1994: La grande miniera di rame "Candelaria" inizia la produzione
1997: Le precipitazioni più abbondanti degli ultimi anni investono Copiapó e la Regione di Atacama. È l’ultima volta in cui s’è visto anche attorno alla città il fenomeno del “deserto fiorito”. Per tutto l’anno il circondario e i colli appaiono tutti ricoperti di fiorellini di mille colori
1999: Un fenomeno decisamente raro investe Copiapó: 5 ore di lampi e tuoni
2002: Terremoto in Copiapó di magnitudine 5,8 con alcuni danni agli edifici
2002: 129.091 abitanti (censimento)
2005: Le favorevoli condizioni dell’attività mineraria si riflettono anche in città: aprono nuovi mall e supermercati (Jumbo, Lider). In inverno la neve quasi arriva in città e in due occasioni imbianca abbondantemente i colli circostanti
2006: Tra marzo e giugno uno sciame sismico infastidisce e spaventa i cittadini. Prosegue intanto l’eccellente periodo dell’attività mineraria (soprattutto rame e oro), cui conseguono visibili cambi in città e la nascita di altri centri commerciali (La Polar, Corona)
fine 2006: 163.275 abitanti (stima)


Copiapó

superficie: Km² 16.681
popolazione: (censimento 2002): 129.091 abitanti
(stima fine 2006): 163.275 abitanti
coordinate: 27º 18´ latitudine sud, 70º 25´ longitudine ovest
altitudine: 291 metri slm
precipitazioni: 12 mm/anno
distanze: 807 km da Santiago
69 km da Puerto Viejo (oceano a Ovest)
160 km dal Passo Pircas Negras (confine argentino a Est)
1.261 da Arica (città cilena più a Nord)
3.890 da Punta Arenas (città cilena più a Sud)


http://www.geovirtual.cl/Museovirtual/Cop000es.html

giovedì 16 ottobre 2008

7 - Religiosità e folclore - fr.Christian (ottobre 2008)

RELIGIOSITÀ, FOLCLORE E PATRIOTTISMO


Ciao carissimi!
Vi scrivo all’indomani di un giorno glorioso per la storia del Cile, un giorno reso indimenticabile dalla vittoria contro l’Argentina in una partita valida per le qualificazioni ai prossimi mondiali di calcio. E come potete leggere anche negli italianissimi siti internet della Gazzetta dello Sport o di Eurosport, a Santiago i clacson hanno suonato fino a notte fonda, mentre qui a Copiapò il tutto è durato solo fino a mezzanotte.
Comincio la mia lettera con questa storica notizia, cercando tuttavia di smorzare i toni rispetto ai pomposi e ridondanti aggettivi ascoltati nella cronaca della partita o letti stamattina sui giornali, ricoperti di rosso cileno in prima pagina e con poco spazio per parlare di crisi economica mondiale e quant’altro. E ci tengo a sottolineare questo concetto, pur con una notizia tra il serio e il faceto, per farvi comprendere il peso del patriottismo e nazionalismo cileno. Qui tutto ciò che è patrio, è sacro. L’esempio della partita di ieri non è un caso isolato: prima di tutte le partite – anche amichevoli – della nazionale maggiore o delle giovanili, sappiamo a che ora giunge in aeroporto ciascun calciatore militante all’estero e a che ora si riunisce la squadra, ci viene comunicato a che ora è partito il pullman e a che ora è arrivato, tutti i dettagli dell’allenamento e così via. Un po’ quello che succede in Italia ogni quattro anni, ai Mondiali, mentre qui il rituale si ripete ad ogni partita della Nazionale, ed è un eroe nazionale qualsiasi sportivo che abbia ottenuto risultati all’estero. I monumenti nazionali sono i calciatori Zamorano e Salas, i tennisti ancora in attività Gonzales e Massu e il giocatore di golf Aguilar, mentre il calcio italiano è “seguitissimo” grazie ai cileni che giocano in Inter, Roma, Udinese e Reggina.
E dopo essermi dilettato con un po’ di sport, continuo il racconto patriottico descrivendovi brevemente “la festa patria”, 18 e 19 settembre, due giorni in cui tutto in Cile si ferma per festeggiare in una maniera tale che, per farvi capire, posso paragonare soltanto al nostro Capodanno. Testimonianze dirette raccontano di chi ingrassa 5 kg in due giorni, di chi – prima o dopo la festa – digiuna per una settimana, di chi invece impiega la settimana seguente per smaltire tutto l’alcool accumulato nelle vene... fatto sta che per due giorni tutte le famiglie si riuniscono a livello di parentado e festeggiano ininterrottamente tra piatti tipici, bevande alcoliche, canti e balli tradizionali, e qualche gita fuori porta. E il cielo si riempie di aquiloni, il gioco di piccoli e grandi in questa terra desertica battuta dal vento. Vi risparmio invece i commenti e la descrizione delle facce sbigottite e deluse di chi ci chiede dove e come festeggiamo noi frati...
La festa patria non è semplicemente “tradizione”, è anche “legge”. Se è vero che per un mese intero su tutte le auto svolazzano liberamente le bandierine cilene, anche le strade si ricoprono di bandiere perché ogni abitazione deve esporre la bandiera cilena in quei due giorni, pena la multa di 50 euro per chi non adempie e multe minori per chi la espone anche nei giorni precedenti o successivi. Non credo sia una legge applicata, visto che un po’ tutti hanno lasciato sventolare le loro bandiere per settimane intere, mentre noi frati ci siamo limitati al fine settimana, esponendo le nostre due bandiere, cilena e italiana.

Dalla festa patria ad oggi, il mese è stato ricco di eventi ed appuntamenti, tra i quali la visita della Virgen de la Candelaria alla nostra parrocchia. L’immagine della Madonna col Bambino, scolpita su pietra e di pochi centimetri, è stata trovata da un minatore in alta montagna nel 1780 e da allora è conservata nel Santuario cittadino della Candelaria, luogo di grande devozione mariana (per chi vuol saperne di più: www.geocities.com/feb02_cl/1.html). Per festeggiare i 50 anni della Diocesi di Copiapó, col Vescovo e i sacerdoti abbiamo organizzato due mesi di peregrinazione, nei quali l’immagine della Madonna, ovviamente issata su una portantina tradizionalmente addobbata con fiori e colori, ha sostato tre giorni in ciascuna parrocchia della Diocesi. Noi l’abbiamo ricevuta nei giorni “scomodi” che vi ho appena descritto, il fine settimana in cui si stava concludendo la festa patria. Tuttavia la devozione popolare ha animato la presenza di molti fedeli, inclusi quelli che non partecipano alla vita comunitaria e alla messa: possiamo dire che, a parte gli Evangelici che non amano molto la Madonna e le immagini religiose, nei settori popolari (come Borgoño dove celebra fr.Tullio o Cartavio dove celebro io) tutti coloro che hanno festeggiato la festa patria in città, hanno anche partecipato alle varie celebrazioni per la Virgen de la Candelaria.
Vi descrivo un po’ quello che abbiamo organizzato nel Sector Misionero di Cartavio. Abbiamo accolto l’immagine della Madonna alle quattro del pomeriggio di un caldo sabato, tra preghiere e canti, e ci siamo incamminati in una processione che è durata quasi tre ore, accompagnata dal Baile Chino che vi ho già descritto nell’ultima lettera, con soste presso le cappelle di Barrionuevo, Colina e Ampiliación. Alle tre cappelle abbiamo accolto la Virgen in modi diversi: a Barrionuevo con balli tradizionali, soprattutto la cueca, ballata da bimbi e adulti, e alcune simpatiche “cantilene” a Maria; a Colina con una rappresentazione della storia del ritrovamento dell’immagine, animata da alcuni ragazzi; ad Ampliación con canti alla Madonna, soprattutto dei bambini dell’Infanzia Missionaria. E una volta arrivati alla cappella principale di Cartavio, tramontato il sole e con un vento e un freddo terribili, abbiamo celebrato all’aperto una “messa alla cilena”, cioè una messa dove i canti seguono tutti il ritmo della cueca o di altri balli tipici, dove non possono mancare la bandiera cilena e simboli legati alla vita del popolo e campestre, dove il tutto si conclude con il pié de cueca, che sono tre balli di cueca in onore della Virgen, e dove facoltativamente il sacerdote può vestirsi di huaso, ossia con il tipico costume del gaucho o cavaliere addetto ai lavori della campagna. Ho pensato bene di disporre di questa facoltà che mi era data, su insistenza dei parrocchiani che mi hanno procurato tutto l’occorrente, e spero che le fotografie non scandalizzino i rispettabili liturgisti italiani. Dato poi che la sera precedente ci eravamo concessi, con fr.Tullio, una festicciola a casa dei nostri animatori della pastorale giovanile parrocchiale, e che Gabriel, Carolina, Pancho, Lissette, Toño, Amalia e lo stesso fr.Tullio si erano lanciati in infiniti balli di cueca e prodigati a insegnarmene i passi, al termine della messa ho partecipato al pié de cueca, tra lo stupore e l’allegria dei presenti, facendo del mio meglio anche se con poche doti naturali, con stivali due numeri più piccoli del mio piede e con gli speroni ad incutere qualche timore. Lascio a voi il commento delle fotografie con i ragazzi della Gioventù Francescana che hanno animato il ballo...





Per leggere anche ciò che racconta fr.Tullio dell’accoglienza della Virgen de la Candelaria nel settore di Borgoño, trovate la sua lettera di pochi giorni fa in http://digilander.libero.it/viviamaspera/sanfrancesco.pdf
Lì troverete anche un accenno ad altre esperienze ed attività. Avrei voluto scrivervi qualcosa di tutto ciò che si fa per festeggiare solennemente il nostro patrono san Francesco, ma ormai mi sono dilungato troppo, semmai ve ne parlerò a ottobre del prossimo anno.
Aggiungo solo poche righe per raccontarvi l’emozione di aver visto il deserto fiorito, evento che si ripete negli anni in cui piove almeno un paio di volte. Quest’anno è piovuto il minimo indispensabile, un paio di volte, ma alcune zone del deserto atacamegno ne hanno goduto in maniera “abbondante”, cioè pochi millimetri, e questo è stato sufficiente a tappezzare di vari colori il manto marrone e grigiastro della sabbia e roccia del deserto. E i cespugli secchi sono improvvisamente diventati verdi, e pure i cactus hanno prodotto qualche fiore. Nulla a che vedere con la fioritura del 1997, dopo due piogge inusuali di 6 cm l’una, tali da inondare la città (che non ha scoli per l’acqua), tuttavia è stato emozionante vedere fiori gialli, azzurri, ciclamino, bianchi e rossi spuntare dal nulla in mezzo alla sabbia. È il miracolo della vita, della natura, ed il deserto aiuta ad apprezzare di più anche ciò che prima sembrava normale.
Vi saluto così, con un paio di fotografie che testimoniano come qualcosa di bello possa nascere anche dove tutto sembra essere arido e senza vita, con la speranza che sapiate sempre confidare nel Dio che ogni giorno ci regala tanti piccoli miracoli.
Un abbraccio e alla prossima!
fr.Christian

venerdì 22 agosto 2008

6 - Le feste patronali - fr.Christian (agosto 2008)

LE FESTE PATRONALI


Un saluto a tutti voi carissimi!

Ho ormai lasciato l’Italia da nove mesi, anche se ancora non me la sento di dire che sono già pronto per una nuova vita, ed eccomi a voi con questa mia sesta lettera, che vuol essere principalmente di cronaca riguardo a quanto vissuto in questo mese di agosto.
Beh, non vi parlerò di spiagge ed ombrelloni, qui siamo in pieno inverno, anche se mi viene un po’ da ridere a scrivervelo. In effetti qui non è facile distinguere una stagione dall’altra, ogni giorno fa storia a sé, tuttavia in questi mesi il clima è mediamente più freddo e, non essendoci il riscaldamento nelle case, non sempre si riesce a togliersi i brividi di dosso e riscaldarsi un po’. I cileni semplicemente prolungano il tempo trascorso sotto le coperte, ma a noi frati non viene così spontaneo... a me forse un po’ più degli altri quando è già ora di alzarsi! Il termometro in camera spesso segna dodici o tredici gradi, ma all’esterno la temperatura può scendere fino ai tre o quattro gradi. Nulla di drammatico se ci si copre per bene.
Ma più del freddo, l’inverno è sinonimo di “piena attività”, nel bel mezzo dell’anno. Se poi ci aggiungiamo che i primi 15 giorni del mese si celebrano le feste francescane di Santa Maria degli Angeli, santa Clara, san Massimiliano Kolbe, più la festa dell’Assunta, allora sì che ho qualcosa da raccontarvi.
In particolare i santi francescani danno anche il nome alle diverse cappelle della nostra parrocchia di san Francesco, e a santa Maria degli Angeli è dedicata la cappella principale di Cartavio, nel settore dove presto servizio. Così ci siamo lanciati nella celebrazione della festa patronale, secondo una struttura che si ripete anche nelle nostre altre cappelle, ormai consolidata dall’esperienza di questi anni. Con la semplicità e i numeri che contraddistinguono la vita nelle cappelle, abbiamo proposto un triduo con una santa Messa pomeridiana per gli ammalati, una a ricordo dei defunti e quella solenne di festa per tutti, più una processione con la statua della Vergine Maria. E a coronare il tutto, un paio di festicciole per adulti e bambini.

Ma andiamo per ordine. La messa degli ammalati è forse la più commovente, vissuta con tanta devozione e in un clima di speranza sia da parte di chi sta vivendo una sofferenza particolare, sia da parte di anziani che con pazienza affrontano questa tappa conclusiva della loro vita. In questa Messa abbiamo celebrato anche il Sacramento dell’Unzione degli Infermi, momento centrale e vissuto da (quasi) tutti i presenti, con buona pace di qualsiasi spiegazione teologica e sacramentale: anche chi è giovane è malato, fosse solo di incapacità di dialogo in famiglia o di stanchezza di fronte alla difficoltà della vita, e così si è presentata una lunga fila di fedeli che con devozione si sono accostati a questo Sacramento talvolta dimenticato. La devozione col quale lo ricevevano e le loro giaculatorie mentre pronunciavo la formula, mi facevano venir voglia di mettermi in fila anch’io, con le mie “malattie” difficili da curare, ma ero solo a celebrare.
Il giorno seguente, venerdì 1 agosto, abbiamo ricordato i nostri cari defunti, con la partecipazione di un’ottantina di persone, più o meno il numero di una celebrazione domenicale. La caratteristica di questa celebrazione è data dal fatto che tutti portano da casa le fotografie dei loro cari defunti, per metterle davanti all’altare su un tavolo allestito per l’occasione. Oltre che occasione per affidare al Padre i nostri cari, è stata un’opportunità di leggere la storia della nostra piccola comunità, e il dialogo prima e dopo la messa si è prolungato nel ricordare la vita di ognuno di loro, mettendomi così al corrente di molte vicende che hanno segnato la vita delle varie famiglie.
Infine ci siamo dedicati a festeggiare la nostra patrona Santa Maria degli Angeli. Quando c’è di mezzo una statua della Madonna, prima di pensare qualsiasi altra cosa le signore della parrocchia affrontano subito l’argomento prioritario: quando e come la vestiamo? Purtroppo la parola del sacerdote in Cile ha un peso fondamentale, ma di fronte ai miei occhi sbarrati si sono rassegnate a non ricevere risposta e ad accordarsi tra loro. Avrei voluto azzardare qualcosa come “Ma la statua non è già bella così?”, però poi ho capito che sarebbe sembrato un affronto. Dopo un paio di giornate di dialoghi tra le varie signore responsabili in materia, con valutazione di quali fossero i vestiti a disposizione e chi li avesse regalati, devo dire con sollievo che, anche “vestita”, la nostra Patrona si è presentata semplice e splendente.
Il giorno della festa abbiamo celebrato una Messa molto sentita, con la cappella capace a stento di accogliere tutti i presenti. Fortunatamente non mi sono stati proposti rituali troppo complicati, mi sono dovuto allenare solo per l’incoronazione della Vergine, ossia il momento in cui viene presentata la corona e il sacerdote si applica, in punta di piedi, a ponerla sulla testa della statua, includendo l’“operazione chirurgica” di fissarla con un chiodo. E al termine della Messa solenne, abbiamo festeggiato con il classico cioccolato caldo e ciambelle, mentre i vari gruppi della parrocchia hanno proposto un breve show nel quale ciascuno si esibiva in un canto o ballo o rappresentazione comico-teatrale. Ammirando l’impegno che ci mettono e la capacità di divertirsi con poco, bisogna ammettere che c’è sempre da divertirsi e rimanere sorpresi della loro fantasia e capacità creativa.



Il momento conclusivo e apice delle celebrazioni è stata la processione della domenica pomeriggio, in discesa dalla cappella del settore più abbarbicato sul colle fino alla nostra cappella centrale, transitando un po’ ovunque nelle varie strade del quartiere. L’abbiamo organizzata in modo da dare risalto ai tanti bambini e, come proposto, eccoli arrivare tutti vestiti da angioletti o da personaggi del presepe, pronti ad accompagnare Santa Maria degli Angeli. Un vero spettacolo... e un modo molto pratico di coinvolgere le varie famiglie della zona!



E per l’occasione ho finalmente conosciuto una delle realtà tradizionali ed immancabili quando si parla della Vergine, ossia il Baile Chino, una istituzione paragonabile alle nostre bande musicali, presente in tutti i quartieri e pronta ad intervenire ad ogni processione mariana. Alla festa dell’Assunta presso il santuario cittadino della Candelaria ce n’erano trenta gruppi, ma per la nostra piccola processione un solo gruppo era più che sufficiente. Vestiti da indiani e riprendendo alcuni canti e balli tradizionali, al suono di vari strumenti accompagnano la processione, ripetendo un continuo rituale fatto di danze e balli, inchini, saluti e genuflessioni. E così, alternando i balli ad alcuni momenti di preghiera mariana (poco importa se l’attempata catechista invitava tutti a rivolgersi alla Vergine intonando il Credo o il Padre Nostro), con l’allegra compagnia dei nostri angioletti ed ovviamente di vari cani e cagnolini, siamo arrivati alla cappella tra i saluti, baci e segni di croce di quel migliaio di persone che ci osservavano devote dalla porta di casa loro. Qui abbiamo concluso la celebrazione con una mezzoretta di saluto finale da parte del Baile Chino e con la benedizione di tutti i bambini, con acqua abbondante sulla fronte di ciascuno, indispensabile per non far nascere nelle mamme il dubbio che il figlio non sia stato benedetto. E per concludere, altro cioccolato caldo e ciambelle per tutti.



E così vi ho scritto anche delle nostre piccole “festicciole di paese”, in attesa della Festa di san Francesco, ben più importante e ricca di appuntamenti per tutta la grande parrocchia.
Con le fotografie, anche se piccole, avete avuto pure un “assaggio visivo” della nostra realtà, anche se è bello lasciarvela sognare e immaginare, senza voler troppo documentare la vita di quaggiù. Comunque se mi promettere che non perderete la voglia di immedesimarvi in essa e rimanerne incantati, come testimoniato finora dalle vostre mail, farò il possibile per continuare ad alimentare pensieri, occhi e cuore di voi che, con tanto affetto, continuate ad accompagnarci anche da lontano.
Un fraterno abbraccio e buon ritorno dalle vacanze!

fr. Christian

giovedì 19 giugno 2008

5 - Inculturazione - fr.Christian (giugno 2008)

INCULTURAZIONE… ovvero aneddoti di vita quotidiana


Eh sì, ho messo un titolo serio per “tirarmela un po’”, ma non credo di potervi parlare di inculturazione in senso sociologico o antropologico o quant’altro, soltanto vorrei scrivervi qualche riga abbastanza leggera, giusto per inquadrare un po’ la realtà in cui vivo e rendervi partecipi di qualche aspetto di vita quotidiana, nulla più, rispondendo così ad alcune domande che mi giungono frequenti.
Prometto che non ci metterò tutta l’enfasi dell’ultima letterra, non mi piace l’etichetta del missionario strappalacrime... ☺ Tuttavia vi ringrazio di cuore per le risposte arrivatemi, mi fanno respirare la vostra amicizia, non ancora offuscata dai mesi che scorrono rapidi.

“Qual è l’aspetto ambientale che più ti ha colpito appena arrivato in Cile, e soprattutto a Copiapó?”
Non ci crederete, ma sono i veri padroni di tutte le strade: i cani. Ce ne sono ovunque, sdraiati sul marciapiede o in mezzo alla strada, abituati a non spostarsi, perché tanto godono di tale rispetto che ci pensano i celeni ad evitarli, che siano a piedi, in bici o in auto. Non sta scritto da nessuna parte, ma se dicessimo che è l’animale sacro per questo popolo, credo che nessuno obietterebbe. Tant’è che partecipa abitualmente anche alle celebrazioni religiose, tanto il randagio come il domestico che accompagna a messa il suo padrone. Chi ha paura dei cani... qui gli passa per forza! Nemmeno io li ho mai amati molto, ma qui sto anche imparando a riconoscerli, ne chiamo anche tre o quattro per nome: sozza, “onto”, sucia... non posso smentirmi del tutto, cambia solo l’idioma ma la mia affettuosità non riesce proprio ad andare oltre.

“Qual è la cosa che più ti costa o ti manca?”
Devo confessarvi che è una domanda cui non so rispondere in modo immediato, sicuro. Pensandoci un po’ con calma, direi che mi mancano le camminate in montagna, e questo mi costa soprattutto vedendo che qui i monti ci sono pure. Ma, bisogna ammetterlo, non sono fatti per camminare. Tutto è roccia e sabbia, pericoloso quando predomina la roccia, per il rischio di scivolare; stancante quando predomina la sabbia, dove i passi affondano. E le ore “camminabili” sono poche, perchè quando il sole a metà mattina comincia a picchiare, si fa dura. Bisognerebbe arrivare motorizzati ad una altimetria dove il sole dia meno fastidio, ma vista l’assenza totale di sentieri non è facile trovare il coraggio di mettersi in cammino “a caso”, disposti ad un andirivieni ogni volta che la pericolosità del terreno non permetta di avanzare. E così, pur in compagnia di un altro montanaro come Tullio, stiamo qui fermi in città.

“Com’è che ti vediamo in skype sempre con uno o due maglioni addosso?”
Eh sì, il clima del deserto roccioso di Atacama. Già in Giordania avevo imparato che deserto non significa “morire di caldo” se ci si può riparare dal sole. Qui lo sto sperimentando ogni giorno. Ciò che mi ha permesso di mettere a referto già tre raffreddori, una bronchite, una congiuntivite, è l’escursione termica diurna. Ora che ci stiamo addentrando nei primi giorni invernali, la temperatura quotidiana prevede 5 gradi di minima e 25 di massima, mentre in estate è più usuale un 14-32. Ma lo sbalzo permane, sempre una ventina di gradi in più quando il sole scioglie le nebbie notturne, venti in meno quando si alza il vento di tramontana e il sole fa capolino. Stesso dicasi per l’umidità, dalle nebbie notturne fino a seccarsi la gola nelle prime ore pomeridiane. E se uno cammina per strada? Suda se il marciapiede è al sole, ma se attraversa la stada può sentire brividi di freddo stando all’ombra, sempre sperando che all’incrocio non arrivi qualche sventata fredda dai colli che circondano la città. E in stanza, dove mi collego a skype, c’è ombra... e in queste mattine circa 11-13 gradi. Ah, oggi è pure nuvoloso e ho visto scendere dal cielo le prime gocce di pioggia, giusto per bagnare un po’ il terreno. Dal 1997 le precipitazioni annue non superano i 3 cm totali.

“Sei sempre attorniato da bambini?”
Questa è una domanda che descrive bene tutte le fotografie ed immagini che i missionari spediscono in Italia. Purtroppo non è questa la fotografia delle missioni cilene, almeno non quella dell’arida realtà del deserto. Ci sono bambini, le nascite sono ancora abbondanti anche se in forte calo. Però questo ardente amore per il missionario è certamente un immagine d’Africa, o forse dei paesi più “caldi” del Sudamerica come il Brasile. Il Cile è invece il paese più “occidentale”, i bambini giocano alla play station e guardano la televisione. Nei giorni feriali stanno a scuola tutto il giorno, il fine settimana invece lo vivono in casa o giocando e chiacchierando per strada col loro gruppo di amici. Quelli che, generalmente di famiglia religiosa, non si preoccupano dell’opinione altrui, partecipano anche ad attività in parrocchia, ma come avrete capito la situazione è assai simile a quella italiana. Con il vantaggio che ci sono più bimbi, ma con il limite della pastorale cilena che prevede due anni di catechismo per ricevere la Prima Comunione e nulla più. Ciò che si può organizzare per loro prima e dopo dei fatidici 9-10 anni è tutto una novità e di conseguenza non raccoglie grandi numeri.

“Ci sono molte attività per giovani in parrocchia?”
Già avrete immaginato, solo qualcuno torna poi ai 15-16 anni per prepararsi a ricevere la Cresima. E come da voi, è generalmente l’ultimo sforzo per completare l’album dei Sacramenti, dopodiché un giovane sente di aver esaurito i suoi doveri di buon cristiano. Nel settore dove presto servizio ci sono una quindicina di ragazzi della Gioventù Francescana che si ritrovano pur con un’età di 18-25 anni. Due coppiette hanno già un figlio. Diciamo che questo gruppo è una rarità, sia perchè i loro coetanei hanno già smesso di frequentare la Chiesa, sia perchè molti ragazzi che hanno testa e un minimo di possibilità si iscrivono all’Università in Santiago o altrove. A questa età sono ragazzi già adulti, sanno organizzare molte cose con pochi mezzi. Per esempio hanno accolto in città una cinquantina di ragazzi di Gioventù Francescana di altre città del Nord, e si sono arrangiati a cercare una scuola dove potersi incontrare e dormire, hanno cotto e venduto pane alle porte della chiesa per raccogliere quattro soldi, hanno chiesto a tutti i negozi e famiglie un po’ di riso, di farina, di pomodori, hanno raccolto i materassi dalla parrocchia e da casa loro, ognuno s’è preoccupato di trovare 5 piatti fondi chiedendo a vicini e parenti vari (qui non hanno in casa il servizio piatti di riserva) affinchè tutti avessero un piatto per mangiare. N’è risultato un insieme variopinto di materassi, di piatti, di cibo, efficace dal lato pratico, capace di generare tanta tenerezza agli occhi di uno come me, abituato a tutt’altro stile di lavoro e pure a farmi problemi per dettagli marginali.

“Hai visitato qualcosa di bello e interessante?”
Posso dire di sí, ho visto quasi tutto ciò che c’è di bello nelle vicinanze di Copiapò. Dicessi questo a un abitante del luogo, la prenderebbe come una “presa in giro”. Non perchè le cose belle siano molte di più di quelle che ho visto, quanto perché secondo loro qui non c’è nulla di bello. Pochi parlano con entusiasmo della propria città, e molti ragazzi non si sono mai mossi dalla qui se non per andare in estate sulla costa oceanica, circa 30 km a ovest. Per raggiungere un’altra città bisogna viaggiare almeno tre ore, per cui si muove da qui solo chi ha parenti da visitare o visite mediche da sostenere altrove. Non sono propensi alle gite fuori porta, e molti non sono mai stati nemmeno sul Bramador, un colle roccioso con una pendice sabbiosa, che dista solo pochi minuti dalla città. Per me è stato affascinante: si scende rotolando sulla sabbia, e il movimento provoca un rumore simile a quello di un aereo in cielo, e sotto tutto comincia a tremare come una scossa di terremoto. È un’attrazione degna di Gardaland, ma al naturale. Perfino la costa oceanica è degna di nota, con spiagge particolari, scogliere, conformazioni rocciose costituite da conchiglie solidificate nel tempo, e poi pellicani, leoni marini e quant’altro. E infine, spendendo qualche spicciolo in più, siamo andati in gita con le suore e i preti della diocesi, lungo l’impervio cammino che sale al passo andino che collega Copiapò all’Argentina. Ogni monte ha il suo colore, o il suo insieme di colori, tutti diversi uno dall’altro, e quando si incontrano oasi generate dai ruscelli di montagna è uno spettacolo raro. Oltre i 4.000 metri abbiamo incontrato la Laguna Santa Rosa, un lago di montagna davvero bello, e una distesa di sale che sembrava ghiaccio, talmente resistente da poterla attraversare col pullman, con laghetti brillanti per il sale a cristalli, di cui ora conservo in stanza un ricordo.
I due frati che sono qui da più di dieci anni non manifestano lo stesso entusiasmo, dato che la gita verso il passo e quella verso l’Oceano, unita a quella della valle coi vigneti, sono le sole tre gite che si possono proporre a frati ed amici che ci vengono a trovare, il resto è solo roccia e sabbia, ma io come prima volta ne sono rimasto estasiato. Spero di non perdere il gusto per i colori del deserto.

“¿Padre, se está acostumbrando?”
Quest’ultima domanda non è vostra, lo so, però è quella che più frequentemente mi viene rivolta dai cileni, per chiedermi se mi sto abituando al Cile, alla sua gente, alla sua cultura... e alla vita del deserto in Copiapó. Ciò a cui stento ad abituarmi è l’intonazione della frase, quel Padre all’inizio e la immancabile forma di cortesia. Mi dà del “lei” chiunque, anche i laici che vedo tutti i giorni in parrocchia o i ragazzi dei gruppi. Ho chiesto uno sforzo di familiarità almeno agli animatori con cui collaboro, e quando si ricordano mi danno del “tu”, ma quasi solo quando ci pensano. Altrimenti va da sè che il padre merita tutto il rispetto, è nel loro dna.
Alla domanda rispondo sempre di sì, ed è la verità. Penso poco alle cose che ho lasciato, un po’ di più alle persone. Tuttavia non mi costa molto abituarmi ad una cultura tutto sommato abbastanza simile alla nostra, e sento che il lento processo di inserimento è simile a quello vissuto quando mi sono trasferito a Roma o a Padova, soltanto rallentato un po’ dalla lingua diversa. Ma, come dicono gli sportivi, ho buone sensazioni, cioè sento che un processo è in atto e che ogni giorno c’è qualche volto, parola, attività che ripaga la mia pazienza. Sicuramente vivo molta più solitudine rispetto allo scorso anno, però il silenzio affettivo che circonda uno straniero arrivato da poco è anche un amico prezioso nel potermi accorgere, sentire, vedere tante piccole cose che altrimenti sfuggono nella frenetica quotidianità. Per ora non sono assolutamente stressato, e sono chiamato a godere anche di questo tempo che il Signore mi dona. Per questo ho tutta la serenità e buona disposizione per potermi “accostumbrare” a questo popolo, ai suoi ritmi, alle sue debolezze e alla sua ricchezza. Con tanta pazienza, ma anche con tanta gratitudine!

Vi saluto così, all’inizio della vostra estate, ora che il sole dovrebbe fare capolino anche in Italia. Vi auguro di riuscire sempre a scaldarvi le ossa e il cuore, sapendo gioire per le tante meraviglie che vi circondano e che i cileni di Copiapó immancabilmente vi invidiano.

Un fraterno abbraccio!

fr. Christian